I mal di pancia di Giancarlo Giorgetti hanno un costo ben preciso. Nel 2022 il Superbonus ha pesato sul deficit per 54 miliardi di euro. Tanto è stato l’ammontare dell’incentivo per l’efficientamento del patrimonio immobiliare italiano, al quale, in vista della presentazione della nota di aggiornamento del Def (attesa in consiglio dei ministri entro giovedì 28 settembre) vengono imputate le difficolte a mettere in piedi il quadro macroeconomico su cui costruire la prossima legge di Bilancio.
In termini di deficit ha pesato per 2,8 punti, tali quindi da annullare il pur lieve miglioramento di 0,2 punti calcolato nella revisione dei conti nazionali effettuata dall’Istat per l’anno passato, dove è stato invece confermato all’8% il dato sull’indebitamento, mantenendo il livello indicato in primavera, quando Eurostat spiegò la nuova catalogazione contabile dei bonus edilizi.
Il vero effetto della revisione c’è stato nel 2021. La correzione è dovuta in particolare al consolidamento delle informazioni sui conti delle imprese, merito del nuovo archivio Frame-Sbs, e alla disponibilità di fonti più puntuali sul lato della domanda. Per l’Italia la revisione si è tradotta in 1,3 punti percentuali che hanno portato crescita rispetto al 2020 all’8,3%, dal 7% diffuso dall’Istat in aprile.
L’importante rialzo è stato anticipato da situazioni analoghe nei Paesi Bassi (1,3 punto), nel Regno Unito (1,1 punti), in Germania e Spagna, rispettivamente con aumento di 0,6 e 0,9%. Soltanto la Francia ha registrato un ribasso.
Il rapporto deficit/pil 2021 cala invece dal 9% all’8,8%. Allo stesso modo, sia per il 2021 sia per il 2022 si registra un miglioramento del rapporto debito/pil passato, rispettivamente dal 149,8% al 147% e dal 144,7% al 141,6%
Con molta difficoltà, tuttavia, la revisione sulla crescita dei due anni passati potrà creare grandi spazi di manovra utili a preparare la legge di bilancio 2024. Le possibili future revisioni che interesseranno il primo e il secondo trimestre di quest’anno, chiusi a +0,6% e -0,4%, dovrebbero essere soltanto marginali, sottolineano dall’Istituto di statistica
Circostanza da tenere in mente quasi alla vigilia della Nadef, nella quale il governo potrebbe essere costretto a riscrivere al ribasso la previsione di crescita per il prossimo anno (ora all’1,5%), alzando allo stesso tempo l’obiettivo di deficit, attualmente indicato al 3,7%. Secondo alcune indiscrezioni, riportate da Reuters, quest’anno il deficit potrebbe puntare verso quota 5,5%, mentre il prossimo sarà comunque entro il 4%. Quando alla crescita, l’auspicio è riuscire a confermare l’1% nel 2023, per poi rivedere la stima del prossimo anno attorno all’1,1-1,2%.
Il governo aveva già messo le mani avanti rispetto a ipotetici benefici della revisione. Secondo quanto fatto filtrare nei giorni scorsi, dai nuovi dati non era atteso alcun tesoretto da investire per le misure della manovra, la cui priorità, al costo di 9 miliardi se confermato nella sua forma attuale, è il taglio del cuneo fiscale, così come ribadito dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. «Se badiamo solo alla istribuzione di prebende, sussidi e sovvenzioni che non possiamo permetterci non andremo lontani. Abbiamo già sperimentato l'effetto di politiche che illudono le persone e drogano l'economia», ha aggiunto il titolare del Mef.
Una delle variabili nella predisposizione delle nota di aggiornamento sarà proprio la classificazione del Superbonus e dei bonus edilizi.
Istat aspetta ancora la nota di Eurostat per capire se considerate pagabili o non pagabili i bonus. Al momento fa fede quanto indicato la scorsa primavera. Secondo le ultime linee guida dell’istituto europeo di statistica gli incentivi all'edilizia possono rientrate in una categoria di crediti d'imposta considerati pagabili, ossia con un’alta probabilità di essere incassati, in quanto cedibili, compensabili e differibili nel tempo.
Nelle precedenti stime, entrambe le agevolazioni erano state classificate come crediti di imposta di tipo “non pagabili” ed erano quindi registrate come minor gettito nell’anno di utilizzo del credito (quindi, come minore entrata tributaria). In concreto l’attuale classificazione ha portato a conteggiare il bonus nell'anno in cui viene generato e non in quello in cui viene utilizzato, scaricando il peso sul 2021 e sul 2022. Se Eurostat non dovesse cambiare opinione, valutando gli effetti del decreto di febbraio che aveva messo un freno alle cessioni dei crediti, una parte consisitente potrebbe andare ad alzare il deficit 2023, lasciando spazio per il 2024, quando invece si potrebbe tornare alla vecchia classificazione. (riproduzione riservata)