Salvo nuovi imprevisti, come l’addio di inizio febbraio dell’amministratore delegato Giuseppe Marino il futuro di Ansaldo Energia dovrebbe essere in sicurezza. Almeno finanziariamente. Certo, l’uscita del top-manager è arrivata in piena ristrutturazione e alla vigilia della presentazione dei dettagli del piano di rilancio della controllata di Cdp Equity (con l’87,6%) finita in crisi per il rally del prezzo del metano, che nel 2022 ha azzerato le commesse per la costruzione di turbine a gas.
Ma la garanzia del Governo alla ricapitalizzazione da parte della Cassa risale al 7 febbraio, in un documento firmato al ministero delle Imprese e del made in Italy alla presenza dei rappresentanti di Cdp Equity e delle sigle sindacali che ha tranquillizzato i 2.500 lavoratori italiani del colosso delle turbine elettriche. Quegli stessi lavoratori che prima di Natale avevano invece fiaccato Genova con scioperi e blocco dell’aeroporto perché insoddisfatti delle risposte della società e dell’azionista di maggioranza ai loro timori sulla continuità aziendale.
Anche il gruppo guidato da Dario Scannapieco, che nel frattempo aveva rinviato al 2023 la ricapitalizzazione e -in stile Saipem- aveva affiancato a Marino il chief restructuring officer Simone Di Felice, ha ribadito il proprio impegno ad aprire il portafoglio.
Marino, che pure aveva minacciato le dimissioni a novembre se il principale azionista (l’altro 12% è in mano ai cinesi di Shanghai Electric) non avesse rafforzato patrimonialmente Ansaldo Energia prima della fine dell’anno, ha lasciato le deleghe per tornare a Hitachi Rail, dove assumerà l’incarico di group ceo.
Ma il dirigente ha assicurato che «continuerà a lavorare alla finalizzazione della manovra finanziaria» fino al 31 marzo, data in cui dovrà esser trovato il nuovo amministratore delegato e Cdp Equity dovrà approvare in assemblea la ricapitalizzazione.
Quello che nel 2022 Ansaldo Energia si è trovata ad affrontare è stato il classico cigno nero: gli effetti sull’operatività derivanti dalla guerra in Ucraina e dal prolungato uso delle centrali a carbone in Italia hanno fatto saltare i target e invalidato le strategie industriali disegnate due anni prima.
A fine novembre il cda di Ansaldo ha varato un aumento di capitale per circa 550 milioni, comprensivo della conversione in equity del prestito soci erogato da Cdp, sia della quota capitale, pari a circa 200 milioni, sia degli interessi maturati, pari a circa 50 milioni. Una manovra necessaria a sostenere il futuro rilancio industriale e a far uscire la società dalle strettoie dell’art. 2446 codice civile: le perdite del primo semestre pari a 446 milioni, post-azzeramento degli ordini, sono state superiori a un terzo del capitale, che va ricostituito. Verrà poi estesa al 2028 la scadenza (che era al 2024) del prestito obbligazionario da 350 milioni e anche le banche dovranno fare la propria parte con un riscadenzamento al 2027 delle linee di credito per 450 milioni di euro.
Fonti vicine al dossier spiegano a Milano Finanza che è difficile che venga rispettata la deadline del 31 marzo, mentre è più probabile che l’aumento, da cui i soci cinesi si defileranno, vada in porto nel primo semestre. Per il successore si ipotizza una scelta esterna, per cui circola il nome di Alessandro Marrazzo, manufacturing finance manager nel gruppo General Electric oppure un’opzione interna in arrivo da Cdp.
I sindacati sono consapevoli che i tempi sono a rischio slittamento, sia per le richieste e i dubbi di alcune banche, soprattutto estere, sia per il processo di approvazione dell’allungamento delle scadenze da parte dei bondholder. Ma gli impegni di Cassa e Governo messi nero su bianco nei tavoli al ministero li hanno rassicurati.
Quello che invece è tutto da scrivere è il futuro industriale di Ansaldo. E qui l’apertura di credito delle sigle termina. Nell’annunciare le dimissioni di Marino, il board del gruppo ligure ha fatto sapere di aver completato i lavori sul nuovo piano. Ma al momento sono note soltanto le linee guida disegnate con l’advisor Mediobanca. Dei dettagli e di come raggiungere i target per assicurare il rilancio e la sostenibilità industriale non si sa nulla.
Il piano strategico punta ad affiancare a quelle tradizionali del gas, per cui si prevede comunque una ripresa, quando la crisi attuale finirà, nuove opportunità di business nelle rinnovabili con la controllata Ansaldo Green Tech e nel nucleare con Ansaldo Nucleare.
In cinque anni il core-business delle turbine è previsto calare dal 50% dei ricavi al 23%, mentre le attività di storage e idrogeno copriranno il 25% del giro d’affari (oggi sono assenti). Il nucleare salirà invece dal 6 al 10% del fatturato complessivo, stimato in crescita dagli 1,2 miliardi del 2022 a 1,5 miliardi nel 2027: quasi 300 milioni in più rispetto alla media dei ricavi degli ultimi 14 anni.
Ce la farà Ansaldo Energia? Negli ultimi 10 anni la gestione Zampini ha varato il turnaround e, anche con la crescita per linee esterne, ha dato un futuro al gruppo. Poi lo tsunami del caro-gas. Ora la sfida industriale spetta al nuovo management, ma i sindacati vogliono vederci chiaro. (riproduzione riservata)