A dodici anni di distanza dall’entrata in vigore, la legge Fornero resiste e con ogni probabilità non verrà cancellata né tantomeno superata neanche nel 2024. Il governo Meloni starebbe studiando piccoli aggiustamenti al sistema previdenziale esistente, mentre dovrebbero essere rinviati gli interventi più costosi. Come più volte ribadito da diversi esponenti governativi, la priorità immediata è difendere gli stipendi corrosi dall’inflazione e quindi su questi vanno a concentrarsi gli sforzi di reperire risorse pubbliche aggiuntive.
Certo non vuol dire che l’altra faccia delle medaglia, ossia le pensioni, siano trascurate ma che alcuni cambiamenti più strutturali necessitano di più tempo per trovare le coperture sufficienti. Anche perché, riportando le parole del ministro dell’Economia e delle Finanza, Giancarlo Giorgetti: con i numeri della natalità «che abbiano in Italia non è possibile alcun tipo di riforma previdenziale, anche di tipo assicurativo».
Entrando nel vivo, il governo Meloni sembra aver, almeno per ora, accantonato l’ipotesi di estendere la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi a tutti i lavoratori e a prescindere dall’età, la cosiddetta Quota 41. Un’opzione molto cara alla Lega, che infatti, per rendere l’attuazione della misura sostenibile economicamente, ha proposto di far valere Quota 41 solo per il 2024 e soltanto per il sistema esclusivamente contributivo. In questo modo sarebbero investiti poco più un miliardo di euro nel 2024 e 2,2 miliardi di euro nel 2025 ma secondo il Carroccio non tutti gli aventi diritto usufruirebbero di Quota 41, a causa della riduzione dell’assegno conseguente al calcolo con sistema contributivo.
Dovrebbero invece essere confermate Quota 103, cioè la possibilità di uscire dal lavoro con 62 anni di età e 41 di contributi, e l’Ape sociale per i lavoratori che si trovano in una situazione di disagio.
Mentre per Opzione Donna sarebbero in cantiere alcuni aggiustamenti, in primis l’allargamento della platea a tutte coloro che hanno 35 anni di contributi con un'età minima che potrebbe essere alzata.
Inoltre, nonostante le polemiche sul tema, dovrebbe saltare la limitazione della misura alle donne licenziate, con carichi di cura o disabilità che hanno di fatto ridotto il numero nel primo semestre delle donne (da 24.559 nel 2022 a 7.536 nel 2023) disposte ad avere l’assegno calcolato interamente con il metodo contributivo pur di lasciare in anticipo il lavoro.
Resta ancora da sciogliere poi il nodo della rivalutazione degli assegni pensionistici con con l’inflazione acquisita che nel 2023 è già al 5,6% mentre va considerata anche la differenza tra quella riconosciuta l’anno scorso (il 7,3% per i trattamenti fino a quattro volte il minimo) e l'inflazione reale. Nella legge di bilancio 2024 la rivalutazione è stata tagliata per fasce a partire dagli assegni oltre quattro volte il minimo e quest’anno dovrebbe essere mantenuto lo stesso criterio. Se così fosse, gli assegni fino a 2.254,93 euro lordi al mese recupereranno tutta l’inflazione mentre avranno una rivalutazione ridotta quelli superiori a questa soglia (dall’85% dell’aumento dei prezzi di quelli tra quattro e cinque volte il minimo al 32% di quelli superiori a 10 volte il minimo). L’intera operazione potrebbe valere oltre 13 miliardi, basti pensare che nel bilancio preventivo Inps del 2023 si legge che le uscite sono cresciute di 14,26 miliardi a causa «principalmente della perequazione delle pensioni» decisa in manovra.
Una tappa cruciale nella stesura delle modifiche pensionistiche sarà il nuovo incontro dell’Osservatorio sulla spesa previdenziale con i sindacati, programmato per il prossimo 5 settembre, con il focus sul lavoro gravoso e la tutela previdenziale.
Nel frattempo tra meno di una settimana arriverà l’accredito della pensione relativa ad agosto 2023. Dal pagamento saranno trattenute le addizionali regionali e comunali, ma in diversi casi l’assegno sarà gonfiato fino a 250 euro in più. Difatti, a seguito del taglio del cuneo fiscale previsto dalla legge di bilancio 2023, gli under 75 anni che percepiscono la pensione minima vedranno un incremento di 1,5 punti. Per gli over75, l’aumento sarà invece di 6,64 punti e un importo minimo di 600 euro al mese.
Un ulteriore accredito è previsto per i pensionati che hanno presentato per tempo il modello 730 di dichiarazione dei redditi e hanno selezionato l’istituto di previdenza come sostituto di imposta. E si aggiungono infine eventuali pagamenti arretrati a cui i pensionati hanno diritto. (riproduzione riservata)