Non 100 euro mensili, ma un più contenuto aumento medio annuo della busta paga attorno ai 67 euro. È questo l’effetto finale del nuovo taglio del cuneo fiscale deciso dal governo presieduto da Giorgia Meloni con il decreto Lavoro approvato lo scorso primo maggio.
Il testo è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale giovedì 4 maggio e prevede un intervento da circa 4 miliardi, stessa cifra con la quale è rifinanziato il fondo per la riduzione della pressione fiscale, per alzare di quattro punti l’alleggerimento sui contributi dal primo luglio al 31 dicembre 2023.
«È evidente che qualsiasi azione di governo utile a migliorare le buste paga dei lavoratori dipendenti non può che trovarmi concorde», spiega Cesare Damiano, già ministro del Lavoro nel governo di Romano Prodi tra il 2006 e il 2008, oggi presidente dell’associazione Lavoro e Welfare, a colloquio con Milano Finanza, «Non è però accettabile spacciare la manovra del governo come la più grandiosa a vantaggio dei lavoratori per ciò che concerne il cuneo fiscale, perché questo non è vero».
A conti fatti, la cifra di 100 euro annunciata da Meloni nel videomessaggio per presentare i contenuti del decreto è la somma di interventi che si sono stratificati, abbassando di volta in volta il cuneo fiscale, e non l’effetto unicamente dell’ultimo provvedimento.
«Il tema nasce già con il governo Draghi. Nel 2022 fece due operazioni. La prima fu un alleggerimento dello 0,8% della pressione fiscale, si parla dei contributi previdenziali a carico dei lavoratori, che pagano il 9%. Un successivo intervento con il decreto Aiuti bis fu invece dell’1,2%. Draghi, nel corso dello scorso hanno ha quindi scontato la pressione fiscale a carico dei lavoratori di 2 punti», ricorda Damiano, «Questi due punti equivalgono a 28 euro al mese per una paga lorda annua di 25mila euro».
Con l’ultima legge di Bilancio «Giorgia Meloni ha aggiunto un ulteriore punto, fino ai 25mila euro. Bisogna infatti ricordare che Draghi era riuscito ad arrivare fino alla soglia di 35mila euro. Quel punto aggiuntivo porta la somma a 42 euro mensili», continua l’ex ministro.
L’intervento del primo maggio è quindi il quarto nel corso di poco più di un anno. «Sono stati aggiunti quattro punti per i lavoratori fino a 25mila euro lordi. In totale si arriva così a sette punti che a regime valgono circa 98 euro. Nella pratica saranno aggiunti circa 56 euro a quanto già cumulato prima».
Si può a questo punto dire che l’intervento del governo porta in busta paga 100 euro? La risposta che Damiano dà è no. «I lavoratori ne beneficeranno soltanto per sei mesi, da luglio a dicembre. Facendo la media su base annua, ossia calcolando la cifra totale dividendola per dodici mesi, otteniamo circa 67 euro», aggiunge, «Voglio ricordare che l’intervento che fece Matteo Renzi da presidente del Consiglio fu di 80 euro, ossia i famosi 960 euro annui a vantaggio delle buste paga. Una cifra senz’altro superiore».
L’intervento messo in campo da Meloni è per altro a tempo. È «congiunturale», ricorda Damiano. Sia il viceministro per l’Economia, Maurizio Leo, sia la ministra del Lavoro, Marina Calderone, hanno espresso l’auspicio che possa diventare strutturale. Nel programma di governo c’è l’obiettivo di ridurre il cuneo fiscale del 5% entro fine legislatura. Il decreto, almeno fino a dicembre, ha già superato la cifra.
Sia per i redditi fino a 25mila euro, arrivati a sette punti, sia per quelli fino a 35mila che partendo dal 2% sono arrivati con gli ulteriori quattro punti al 6%. Su questa fascia l'effetto in busta paga sarà più o meno analogo. In termini percentuali cuba di più, ma avendo la platea interessata un punto in meno scontato dalla passata legge di bilancio rispetto a chi sta dentro il tetto dei 25mila, il risultato non cambia: tra 90 e 98 euro al mese.
«Per riproporlo nel 2024 servono soldi e coperture che al momento non ci sono. Per garantire effettivamente i 98 euro per tutto il prossimo anno, il fabbisogno si aggira attorno ai 12 miliardi», aggiunge il presidente di Lavoro e Welfare.
«Quest’anno il governo ha risorse per circa 4 miliardi, il prossimo anno altrettanti, già destinati a rivedere le aliquote fiscali. Bisognerà quindi trovare altri soldi. Benché, come dicono dalle mie parti, piuttosto che niente meglio piuttosto, non enfatizzerei troppo questa manovra».
Quanto all’obiettivo di legislatura di arrivare a cinque punti «sarebbe un bel target, ma costerebbe una montagna di risorse, che sono invece poche rispetto alle aspettative e alle promesse della campagna elettorale. Penso ad esempio alla riforma delle pensioni che non si farà», ricorda Damiano. «Con le risorse destinate al cuneo fiscale quest’anno e alla riduzione delle aliquote il prossimo, di una revisione delle pensioni non si parla più, al massimo potrà essere reiterata Quota 103, che però interessa un numero limitato di lavoratori» (riproduzione riservata)