Via libera del Consiglio dei Ministri al decreto legge che consente l’ingresso del Ministero dell’Economia, a fianco al fondo americano Kkr, nella società Netco, dove confluirà la rete fissa di Tim. Sono le prime indiscrezioni emerse da fonti ministeriali. Le norme sono contenute in un decreto legge, anziché in un Dpcm come inizialmente era stato ipotizzato, perchè per l’operazione era necessaria una base normativa.
Ora è quindi operativo il memorandum d’intesa siglato il 10 agosto scorso tra il ministero dell’Economia e Kkr per presentare un’offerta vincolante al cda di Tim per rilevare fino al 20% della Necto. Il decreto sancisce, di fatto, il ritorno dello Stato nella rete di telefonia fissa dalla privatizzazione del 1997, voluta e decisa da Romano Prodi. Attualmente il valore dell’operazione si potrebbe aggirare intorno a 2,5 miliardi di euro, ma l’intero asset vale 10 volte in più. Nell’annuncio del Tesoro si legge: «I termini dell’offerta dal punto di vista dei rapporti tra le parti prevedono un ruolo decisivo del governo nella definizione delle scelte strategiche». In sostanza, significa che il Mef ha di fatto selezionato Kkr come partner per la rete, ma in cambio vuole avere garanzie sulla gestione della rete stessa, grazie alla Golden power.
Non è però tutto fatto, perché adesso il Governo e, direttamente la premier Giorgia Meloni, dovrà trattare con l’azionista più importante di Tim, ovvero i francesi di Vivendi. Questi non solo lamentano la strategicità dell’operazione ma soprattutto la valutazione a cui potrebbe avvenire lo scorporo e la successiva vendita a Kkr. L’idea del gruppo della famiglia Bolloré sarebbe di spuntare una valutazione finale non inferiore ai 27-28 miliardi. La partita è entrata nel vivo e non è escluso che a giorni Vivendi venga convocato per un incontro a Palazzo Chigi. (riproduzione riservata)