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Berlusconi: ecco come cambiano gli equilibri della galassia

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Berlusconi, Agnelli, Del Vecchio e Ferrero: capitani d’industria alla ricerca di un successore più che di un erede

06 luglio 2023, 20:16 Ultimo aggiornamento: 07 luglio 2023, 07:26

La scelta del futuro capo-azienda nelle imprese famigliari è un tema annoso del capitalismo italiano. La successione va curata perché non tutti i figli sono uguali: come ha detto di recente Francesco Gaetano Caltagirone, «un figlio può essere imprenditore o solo un ricco» | VIDEO | Berlusconi, i tre testamenti: Marina e Piersilvio al 53% di Fininvest. Lasciti al fratello Paolo, Marta Fascina, Marcello Dell’Utri

La successione di Silvio Berlusconi dà continuità alla gestione dell’impero di famiglia Fininvest, che dalla discesa in campo del Cavaliere del gennaio 1994 è stato affidato con responsabilità via via più accresciute ai due figli maggiori, Marina e Pier Silvio: la prima, alla guida della cassaforte e della Mondadori; il secondo al vertice delle tv. Trent’anni fa gli altri tre figli avuti dal secondo matrimonio con Veronica Lario erano bambini: Barbara aveva nove anni, Eleonora sette, Luigi cinque. Così le redini industriali e finanziarie del gruppo toccarono alla prima generazione.

In questo modo Berlusconi aveva già da tempo individuato i capi-azienda nei due figli più grandi (Marina ha 56 anni, Pier Silvio 54) e la sua scelta di lasciare loro la totalità della quota disponibile dell’eredità non fa che consolidare questo primato, pur non creando squilibri all’interno dei nuclei successori tra i figli della prima e della seconda moglie.

Berlusconi aveva sempre pensato che un imprenditore dovesse poter scegliere a chi lasciare le redini dell’azienda, e aveva provato anche nell’autunno del 2011, mentre il suo governo cominciava a crollare sotto i colpi dello spread, a introdurre cambiamenti in questo senso nel diritto di famiglia nell’allora Decreto sviluppo: manteneva invariata la quota di legittima ma lasciava al testatore la possibilità di attribuire metà della legittima in parti non uguali, a uno solo o solo ad alcuni dei figli. Si disse allora che si trattava dell’ennesima legge ad personam, per riequilibrare il peso dei tre figli di Veronica Lario, dalla quale non aveva ancora divorziato e che quindi avrebbe potuto avere il 50% dell’eredità, a favore dei primi due avuti da Carla Dell’Oglio.

La scelta del futuro capo-azienda nelle imprese famigliari è un tema annoso del capitalismo italiano. La successione va curata perché non tutti i figli sono uguali: come ha detto di recente Francesco Gaetano Caltagirone, «un figlio può essere imprenditore o solo un ricco». In casa Agnelli hanno da sempre seguito un mantra: «Comanda un Agnelli per volta». Come nonno Giovanni fece con lui, così anche l’Avvocato Gianni scelse come nuovo leader della famiglia - e dell’impero Fiat-Exor - il nipote John Elkann. Per farlo dovette sfruttare tutte le pieghe della legge italiana ma anche di quella svizzera, che prevede la possibilità di escludere un erede legittimo, liquidandolo già in vita.

È accaduto nel 2004 con la figlia Margherita, mamma di John Elkann, ma gli strascichi giudiziari sono tuttora aperti dopo quasi vent’anni, con testamenti impugnati davanti ai tribunali italiani e svizzeri. Da vent’anni comunque John Elkann è da solo al comando. Gli altri parenti, a cominciare dai fratelli, sono solo azionisti: nessun potere in azienda, nessun peso nella cassaforte di famiglia Giovanni Agnelli Bv e tantomeno nella quotata Exor. Sono solo ricchi, per citare Caltagirone.

Diversa la successione stabilita da Leonardo Del Vecchio: sei figli da tre compagne diverse, più la moglie Nicoletta Zampillo e come ottavo erede il figlio di lei Rocco Basilico, cui ha indirettamente lasciato una quota della holding lussemburghese Delfin del 12,5% al pari degli altri. Agli eredi si aggiunge il fidato top manager Francesco Milleri, cui ha lasciato circa 300 milioni di euro in azioni Delfin, con un ruolo ben preciso di ago della bilancia dentro la holding, nella quale le decisioni straordinarie tra i soci vanno prese con una maggioranza dell’88%: un modo per costringere i figli a stare uniti e a compattarsi attorno all’uomo di fiducia del fondatore di Essilor Luxottica, Milleri appunto, già alla guida del colosso degli occhiali e della holding. Ma è una successione che ancora non si è perfezionata. E quattro figli hanno accettato con beneficio d’inventario.

Più lineare, per forza di cose, la successione di Michele Ferrero, che per decenni aveva instradato i due figli Pietro e Giovanni alla guida del colosso dolciario. Nel 2011 il primogenito morì a soli 48 anni in Sudafrica per un malore e da quel momento il gruppo è stato affidato al solo Giovanni, che nel 2015 ha ereditato le quote del padre diventando l’uomo più ricco d’Italia con un patrimonio stimato di 39 miliardi di dollari. Anche qui, una successione decisa molto tempo prima. (riproduzione riservata)



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