
A cinque anni, come tanti suoi coetanei, giocava con i burattini. Lui però non aveva i soldi per acquistarli e se li intagliava nella corteccia di pino. Ideava i testi delle commedie e li recitava. Come gli altri bambini, ma con una differenza: faceva puntigliosamente pagare il biglietto agli spettatori, parenti e amici. Fin dalle elementari svolgeva tre diversi temi in classe e ne rivendeva due (ma si faceva pagare solo se ottenevano la sufficienza). Questo equivalente italiano del classico ragazzino americano che comincia vendendo giornali agli angoli della strada e finisce per diventare un grande industriale, è Silvio Berlusconi, 44 anni, imprenditore milanese.
Giura che ha fatto tutto da sé. Che dietro il suo gruppo Fininvest, una finanziaria con partecipazioni in 44 società dall’edilizia (oltre 1.000 miliardi di lavori in corso) all’editoria, alla televisione, all’elettronica, non c’è nessuno. Né loggia massonica, né protezioni politiche, né grandi banche: «Un po’ di fortuna è indispensabile, ma gli appoggi non servono se uno è un vero imprenditore».
Ma che tipo di imprenditore ritiene di essere Berlusconi? Soprattutto un creativo, uno che riesce a fare tutto con una certa impronta personale, in grado di impaginare un giornale e di ottenere buoni risultati anche se si mette dietro una macchina da presa. Ha scritto una introduzione alla Utopia di Tommaso Moro (regalando ad amici e conoscenti un’edizione molto raffinata), e ha una passione per Fedor Dostoevskij (anche fui un amante dell’utopia). Spiega Berlusconi: «Per libera scelta sono un uomo di prassi, qualche volta cerco di evadere nell’immaginazione». Una esigenza comprensibile dato che la sua giornata di lavoro ha una serie incredibile di impegni con una media di 60 telefonate, un ritmo stressante che cerca di alleggerire praticando il footing nel parco della sua villa e tenendosi in forma con una dieta a base di carne ai ferri e insalate.
La sua attività principale finora è stata l’edilizia: ha la vocazione di costruire non case, ma città. Il suo fiore urbanistico all’occhiello è Milano 2, il centro alle porte del capoluogo lombardo, «il primo al mondo senza automobili». Dice Berlusconi: «Penso che partire da zero per arrivare anche solo a Milano 2 mi potrebbe bastare. Tutto quello che è venuto dopo è in più! Ma l’edilizia ha troppi vincoli e impone una eccessiva lentezza: «Abbiamo fermo a Cusago, presso Milano, un progetto di una città di 28 mila abitanti da ben dieci anni, un altro per 4 mila abitanti a Monza è bloccato dal 1973. E così via», E aggiunge: «In America nello stesso periodo di tempo avrei potuto costruire dieci volte di più».
Questa, però, è solo una ipotesi perché in realtà Berlusconi si ritiene più «un gallo da cortile che da praterie sconfinate». Forse, scherza Berlusconi, tutti hanno preso troppo sul serio la canzone di Adriano Celentano Il ragazzo della via Gluck, un inno ai prati verdi mangiati dal cemento. Fatto sta che «Ia legislazione edilizia è diventata una perfetta macchina per proibire», e lo ha costretto impegnarsi in altri settori imprenditoriali a più rapido tasso di realizzazione: nell’editoria, acquistando il 37,5% dell’editrice di Il Giornale Nuovo e diventandone il socio di maggioranza relativa, e nel campo delle Tv private. Il suo Canale 5, con 300 ripetitori in Italia, si avvia a un fatturato pubblicitario annuo di 60 miliardi (obiettivo raggiunto con una personale tenacissima opera di proselitismo: 152 colazioni di lavoro in un anno).

Berlusconi è un perfezionista-accentratore: interviene nella regia di molti programmi e arriva perfino a coniare alcuni slogan pubblicitari. E ora comincia a essere più noto come «quello del Mundialito» (il torneo di calcio trasmesso nel gennaio scorso via satellite dall’Uruguay) che non come il costruttore di Milano 2 (e Milano 3). È una specie di rientro in grande stile nel mondo dello spettacolo (a 16 anni teneva in piedi come presentatore nei locali della riviera adriatica un pubblico di 1.000-1.500 persone per sera). Ha grandi progetti e una volta o l’altra metterà in scena i musical di Ziegfield, il famoso impresario di Broadway. Intanto ha fatto venire in Italia Charles Aznavour, con un contratto da 120 milioni. Con lui inciderà un disco di vecchie canzoni francesi.
Berlusconi sostiene di avere ancora moltissimi stimoli imprenditoriali, ma di essere ormai appagato sul piano personale. Vive ad Arcore, presso Monza, nella villa settecentesca dei CasatiStampa, dove raccoglie quadri del Quattro e del Cinquecento (tma no cerra cui un Tintoretto) e ha una biblioteca di oltre 10 mila volumi. Ha una grande casa al mare (dove non va mai). Non ha la barca: «tanto non avrei il tempo: E comunque l’importante non è avere la barca, ma un amico che te la presti».
Domanda. É proprio partito da zero?
Risposta. Ho cominciato a essere finanziariamente autonomo a 14 anni, rinunciando alla paghetta settimanale. Fu per orgoglio: mio padre mi aveva chiesto come l’avevo spesa. Decisi che da quel momento avrei fatto da me.
D. Come ha guadagnato i primi soldi?
R. Impartendo ripetizioni. Mi pagavano anche in natura, ho accettato perfino uova, che rivendevo a mia madre. A scuola scrivevo i bigini, i riassunti di varie materie, anche quelle che non erano le mie, li facevo ciclostilare e li rivendevo. Forse una certa capacità di sintesi mi è derivata proprio da questo allenamento. Cercavo sempre di realizzare cose che mi piacessero, ma che avessero anche un risvolto utilitaristico.
D. Anche durante l’università?
R. Come tutti i ragazzi avevo sempre bisogno di soldi: scelsi la tesi di laurea sulla pubblicità perché era quella con il premio più alto, il premio Manzoni, di due milioni, ma anche perché l’argomento mi piaceva. Il segreto di una riuscita sta forse nel non andare mai contro le proprie tendenze.
D. Quale fu l’attività più strana alla quale si dedicò in quei tempi?
R. Quella di fotoreporter a matrimoni e a funerali. Mi piace ricordarlo perché fu uno dei numerosi tentativi prima di trovare la strada giusta. Ma mi dedicavo anche ad attività più gaie...
D. Quali?
R. A diciassette anni misi in piedi una orchestra con dei compagni di scuola. Andavamo a suonare ai carnevali di paese, alle feste private, ai balli delle associazioni, e infine nei locali studenteschi. Mai nei night-club perché eravamo pur sempre ragazzi di buona famiglia. Alcuni dei miei partner musicali collaborano ancora con me.
D. Chi, per esempio?
R. Il batterista dirige attualmente il nostro servizio di sicurezza interna e il pianista. Fedele Confalonieri, è stato per molti anni il mio più diretto collaboratore ed è l’attuale consigliere delegato del Giornale Nuovo.
D. Era già un’attività instancabile.
R. Non esageriamo. Comunque mi davo da fare. Durante l’estate invece di andare in vacanza facevo il presentatore (oggi si direbbe l’anchorman) nei caffè concerto della riviera adriatica. A 16 anni avevo la pretesa di tenere su uno spettacolo dalle nove a mezzanotte! Raccontavo aneddoti, inventavo giochi, conducevo interviste, e poi cantavo il meglio del repertorio francese.
D. Si lanciava nello spettacolo…
R. Mi stavo lanciando in mare! A 18 anni un salto di qualità. Dall’Adriatico al Mediterraneo, sulle navi della Linea Costa. Porgevo il benvenuto a bordo cercando di lare lo spiritoso: «se il comandante non ci porta sugli scogli e se Giove pluvio non ci perseguita, sarà una bellissima crociera». Il giorno prima di ogni gita a terra illustravo il programma ai passeggeri, e sbarcando fungevo da guida turistica. La sera presentavo lo spettacolo, suonavo la chitarra. Sembra divertente ma ogni crociera erano tre chili di meno.
D. Scopo di tutte queste attività era il fare soldi. Ma erano soldi già finalizzati a qualche scopo?
R. Desideravo mettere da parte un gruzzolo, che mi sarebbe servito quando avessi iniziato una qualsiasi attività.
D. In quegli anni che cosa pensava di diventare una volta laureato in legge?
R. In un’primo tempo mi aveva attirato l’insegnamento. Mi sarebbe piaciuto insegnare all’università. Ma dopo alcune esperienze in facoltà, mi accorsi che l’ambiente non faceva per me. Ero contro i baroni, non mi andavano i portaborse. Ebbi però il vantaggio di conoscere il professor Franceschelli, il mio docente di diritto commerciale (con il quale discussi la tesi) e che adesso è anche mio avvocato.
D. Ma a parte lo spettacolo, lei si era avvicinato al mondo del lavoro…
R. Durante l’università ho sempre lavorato. In un’azienda che vendeva elettrodomestici ero riuscito a organizzare con successo una rete di ragazzi, tutti i miei compagni di corso, che vendevano i prodotti ai Cral aziendali, alle mostre mercato, alla Fiera di Milano. Poi, sempre durante l’università, mi sono interessato di cornici, Conobbi un artigiano che realizzava cornici intagliate a mano, di ottima qualità. Cercai di dare una dimensione organica alla struttura di vendita di questa azienda e procurai ordinazioni per due anni. Ma l’artigiano non se la sentì di fare il salto che gli avrebbe consentito di diventare un piccolo industriale, e quindi abbandonai questa attività.
D. Ma quale fu la svolta decisiva per la sua carriera di imprenditore?
R. Sul finire dell’università conobbi Pietro Canali, titolare della omonima impresa di costruzioni a Milano. Mi interessai a fondo del mercato edilizio e conclusi che offriva prospettive molto interessanti. Mi sembrava che si potesse fare meglio e di più. Progettare anche l’ambiente intorno ai palazzi. Curare il design di ogni particolare, coordinare i colori delle pareti, delle moquente, delle ceramiche, delle porte; insomma un tocco di classe in più che costava soltanto gusto e fantasia. Valeva la pena di tentare. Convinsi quindi Canali ad acquistare un terreno in via Alciati 5, a Milano. Fu la mia prima operazione di imprenditore edile.
D. Come riuscì a realizzarla? Giovane, inesperto, senza soldi né appoggi…
R. La prima difficoltà fu quella di persuadere il proprietario del terreno a vendere concedendo forti dilazioni di pagamento. Non l’avevo mai fatto. Credo di avergli ispirato tenerezza. Ma il costo era comunque elevatissimo: 190 milioni dei 1960, quando gli alloggi si vendevano attorno alle 60 mila lire al metro quadro. Erano almeno tre miliardi di oggi.
D. Come riuscì a metterti insieme?
R. Occorreva una fideiussione. La ottenni presentando l’operazione a Carlo Rasini, titolare della Banca Rasini in cui aveva lavorato mio padre come procuratore generale. Rasini mi conosceva e aveva fiducia in me.
D. Da cosa nasceva questa fiducia?
R. Conosceva bene la mia carriera di studente. Dopo ogni esame (e a parte un 27 e un 28 tutti gli altri erano 30 e 30 e lode) passavo in banca da mio padre per mostrargli il libretto col voto. E mio padre, quasi fosse un rito, mi portava da Rasini che ogni volta ripeteva: «Che bravo, che bravo quel fioeulì! Deve essere contento Berlusconi, le dà delle gran belle soddisfazioni!».
D. Ma tecnicamente come venne concessa questa fideiussione?
R. Depositando le azioni della nuova società presso la Banca Rasini, un procedimento normale, agevolato dal fatto che il signor Canali era già cliente di questo istituto, Per parte mia avevo versato fino all’ultima lira i circa 10 milioni guadagnati con l’orchestra, le crociere, gli elettrodomestici e altre attività. Canali aveva messo il resto.
D. Era socio di minoranza di Canali?
R. Canali avrebbe voluto darmi una piccola partecipazione in questa società. lo però avevo trovato il terreno adatto, ottenuto le dilazioni di pagamento, curato la pratica per edilizia e conseguito la fideiussione. Mi sembrava giusto avere di più. Così un giorno mi armai di coraggio e andai da lui: «Per via Alciati mi sembrerebbe equo fare 50 e 50». Canali mi guardò come se fossi matto e mi rispose che anche lui doveva essere matto a mettersi in società alla pari con un ragazzino. Ma aggiunse che se riuscivo a essere così sfrontato era probabile che ci sapessi davvero fare. E accettò. Nacque così la prima società. Le trovammo un nome altisonante: Cantieri Riuniti Milanesi. Cantieri Riuniti era lui e Milanesi io! Mi sentivo importante ma Canali continuò a prendermi in giro per il cappello.
D. Perché il cappello?
R. Diceva che se mi si toglieva il cappello, sotto si trovava un bambino. E in un certo senso aveva ragione. Avevo una faccia molto più giovane della mia età. Dovevo sempre vestirmi di scuro per sembrare un po’ più vecchio, e portavo spesso il cappello. Ma non serviva a molto. Mi proponevano condizioni non soddisfacenti e io esitavo. Finché il direttore della banca concluse: «Senta, adesso vada a casa, ne parli con suo padre, e domattina torni qui con lui».
D. Suo padre la appoggiò a far parte della società con Canali?
R. Curò fin dall’inizio tutta la contabilità e questo fu il vero, grande appoggio che ho avuto. Papà Berlusconi è per me un gran padre. Mi ha sempre sostenuto e assecondato. In quell’occasione mi disse: «Se c’è bisogno, qui c’è tutta la mia liquidazione». Fa ancora a memoria le divisioni di quattro cifre ed è un po il supervisore finanziario del gruppo. Mi ha sempre consigliato di non lavorare troppo con i soldi delle banche. E io gli ho sempre dato retta. Con qualche eccezione. Ma l’eccezione non gli andava giù e contando con le dita i secondi mi diceva vin, dii, tri. quater: fanno mille lire da dare alla banca. Te ghe penset? Ci pensi?
D. Dalla Banca Rasini aveva ottenuto la fideiussione per acquistare il terreno di via Alciati, ma non i soldi per costruire gli immobili.
R. C’era un solo mezzo per riuscire: vendere prima di costruire. A questo punto scatenai la fantasia. Vedevo in ogni amico un cliente potenziale. Il primo appartamento riuscii a venderlo alla madre di Confalonieri. Esisteva soltanto il progetto (parto mio e di un geometra dell’impresa Canali). La portai a vedere il prato, e a passi cominciai a spiegarle l’ubicazione degli immobili: questo è il giardino, questa è la casa, questo il cortile e questo è il box. Mi guardava trasecolata. Alla sera telefonò a mia madre. Signora, mi me fidi del so fioeu, mi fido di suo figlio, ma i box ghe stan no, i box non ci stanno. Li acquistò lo stesso. Il secondo acquirente fu il commendator Perio Michiara, presidente della Manzoni, quella del premio di pubblicità. Mi aveva conosciuto proprio in quella occasione e mi aveva preso in simpatia. Via via entravano i primi soldi. Ma non fu facile.
D. Perché?
R. Dovevamo fare tutto in economia. La baracca del cantiere destinata a ufficio vendite era un residuo di un altro cantiere edile di Canali. Per il pavimento utilizzai la moquette adoperata in uno stand di un amico alla Fiera di Milano, che veniva buttata via al termine della manifestazione. Di notte guardavo il soffitto in cerca di idee per trovare clienti. Oppure trasformavo i clienti in venditori. Lei desidera il rivestimento del bagno in ceramica a tutto soffitto invece che a I metro e 60? Lo può avere senza aumento di prezzo se mi porta un altro cliente per un altro appartamento. E così via.
D. Le inventava proprio tutte…
R. Mi dovevo dar da fare! Era luglio e io dipingevo la baracca di via Alciati a torso nudo per prendere il sole. Ancora non c’era fuori alcun cartello pubblicitario e fui colto di sorpresa quando arrivò il primissimo cliente sconosciuto. Mi chiese: «Qui si vende?» Imbarazzatissimo dissi che andavo a chiamare il geometra. Mi pettinai, mi vestii, misi la cravatta e ritornai ad affrontarlo. Lui notò la somiglianza con l’imbianchino di prima e io dovetti spiegare che si trattava di un parente, nemmeno tanto intelligente, «sa, se non ci si aiuta in famiglia..».
D. Nel 1961, a soli 25 anni, aveva già fondato la sua prima società e aveva già scelto la strada di imprenditore…
R. Le case di via Alciati vennero vendute molto prima della fine dei lavori. Con quei denari realizzammo altre abitazioni, e così via, mentre si aggregavano altri soci. Uno di questi fu il signor Rasini, che aveva apprezzato il buon andamento dell’iniziativa dei Cantieri Riuniti Milanesi, un altro il commercialista che curava le nostre pratiche, il dottor Piccitto, e due vecchi costruttori milanesi Enrico e Giovanni Botta, che ci avevano venduto un altro terreno, Con questi soci realizzai nel 1963 il Centro Edilnord di Brugherio, un vero e proprio quartiere per oltre 4.000 abitanti; e fu per me un grande salto di scala, un impegno progettuale, organizzativo e finanziario enorme.
D. E da allora con altre iniziative, con Milano 2, progettata nel ‘69, Milano 3 iniziata nel ‘75, la città commerciale Il Girasole avviata nel ‘78, è stato tutto un espandersi a macchia d’olio. Come si spiega questa escalation?
R. La ricetta ha alcune costanti. Progettare tutto sin nei minimi particolari, curare con estremo scrupolo la qualità del prodotto, promettere sempre meno di quello che si realizzerà, e fare di ogni cliente un amico convinto propagandista delle tue iniziative.
D. Lei ha solo 44 anni: la sua in fondo è stata una carriera rapida.
R. A lei pare? Sono 26 anni che lavoro. Quest’anno sono riuscito a prendermi tre giorni di ferie! Molti dicono: Ma è vita questa? Tu rinunci a tutto.
D. Eppure secondo un altro imprenditore milanese, Giorgio Falck, basta lavorare sei mesi all’anno…
R. Ricordo benissimo fa storia di copertina del primo numero di Capital. Non credo che Falck la pensi così. Evidentemente durante i sei mesi di barca ha qualcuno che lavora per lui, con pari efficienza. lo non ho questa fortuna.
D. Qual è l’esempio di vero imprenditore? Giovanni Agnelli?
R. Giovanni Agnelli è un principe.
D. Quali sono, secondo lei, le doti indispensabili dell’imprenditore?
R. Creatività, capacità di sintesi, coraggio, buona salute e tanta voglia di riuscire. Per quanto mi riguarda fare l’imprenditore vuol dire anche lavorare duro, lavorare anche il sabato e la domenica se occorre, girare intorno a un problema, inventando soluzioni su soluzioni, fin quando non arriva quella giusta. Mi accusano di essere un perfezionista, di guardare troppo il dettaglio, di morire su ogni progetto, di stare in tensione finché non l’ho realizzato. Io l’imprenditore so farlo solo così.
D. È essenziale per un imprenditore il saper scegliere i propri collaboratori?
R. È fondamentale. Per certi ruoli strategici occorre cercare e cercare, sino a coagulare intorno a sé gli uomini migliori. E a volte anche dopo la scelta più sofferta bisogna ricominciare daccapo. Credo nei giovani. Nel gruppo il direttore generale e il direttore amministrativo hanno 32 anni, l’età media dei dirigenti è sui 35 anni. Il matusa sono io! Lo staff comunque è di prim’ ordine. Ai posti che contano ci sono gli uomini giusti. Davvero non farei cambio con lo staff di nessun altro gruppo.
D. Lei si considera un imprenditore o un finanziere?
R. Non ho la stoffa del manovratore di capitali e sono incapace di fare affari. Fare l’imprenditore è una cosa diversa, Il finanziere prende le società e le tratta come se fossero scatole, spesso senza neppure guardarci dentro. Compra queste scatole, le tiene chiuse e le rivende. A me invece piace costruire le scatole, cioè le aziende, da zero.
D. Dicono che lei rischia di perdere tutto con la stessa rapidità con cui ha costruito la sua fortuna. Che ne pensa?
R. Resteranno senz’altro delusi perché tra i tanti difetti che ho c’è anche quello di essere molto prudente. Potrei non riuscire in una singola intrapresa, ma ciò non comprometterebbe certo la stabilità dell’intero gruppo.
D. Come si può giudicare l’attitudine di qualcuno a diventare imprenditore?
R. Dalle bollicine d’intelligenza che devono uscirgli dagli occhi.
D. Quali consigli pratici potrebbe offrire a un giovane imprenditore in procinto di partire da zero?
R. Gli consiglierei di venirmi a trovare. O di andare a trovare per esempio Lucchini o De Benedetti. E meglio lasciar perdere i mostri sacri, che probabilmente non lo riceverebbero neppure. Nessuno è in grado di riconoscere e apprezzare una buona idea meglio di un imprenditore. Che magari può mettere a disposizione anche quel minimo indispensabile di struttura base perla partenza. L’imprenditore alle prime armi deve trovare chi mette i soldi, magari adattandosi a fare il socio d’opera con una partecipazione agli utili.
D. Ma volendo formulare un decalogo?
R. Per prima cosa guardare lontano, non alla convenienza immediata. Poi, think big, pensa in grande: un progetto ardito richiede probabilmente la stessa applicazione di uno mediocre. Tenere sempre vivo l’entusiasmo dei propri collaboratori guidandoli con l’esempio. Controllare personalmente che le cose loro demandate vengano effettivamente realizzate. Impegnarsi su ogni cosa allo spasimo. Ordinare gerarchicamente i problemi in una graduatoria di importanza e non di urgenza: solo così si può riuscire a concentrare in poco un enorme quantità di impegni. Infine un avvertimento. Non abbattersi se una volta si perde: fa parte del gioco. Siamo all’ultimo comandamento: non desiderare l’azienda d’altri. È meglio, e più divertente, crearsene una da soli. (riproduzione riservata)