Per passare un Natale sereno il governo di Giorgia Meloni deve prepararlo per bene, almeno un mese prima. Tra il 20 e il 23 novembre si potrebbe concretizzare una trappola per i conti pubblici italiani, a meno che appunto l’esecutivo non prenda subito iniziative importanti in sede europea, legate alle difficoltà delle banche tedesche raccontate da MF-Milano Finanza e agli imminenti appuntamenti comunitari economici.
Sono tre le date da cerchiare in rosso. Il 20 novembre è previsto che si discuta alla Camera la firma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, che la premier ha più volte detto di ritenere inadatto e inopportuno per le esigenze odierne dei vari paesi membri alle prese con due guerre e una stasi economica che può sfociare in recessione.
Questa posizione deve essere mediata nella maggioranza, che ha tenuto ieri una riunione tecnica tra Palazzo Chigi, dove lavorano i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, e il ministero dell’Economia, retto da Giancarlo Giorgetti con l’ausilio dei due direttori generali Riccardo Barbieri e Marcello Sala. Il punto della questione è trovare il coraggio di dire no a Bruxelles sul salva-Stati, nel momento in cui l’Italia è l’ultimo Paese a dover ratificare questo trattato di secondo livello, come più volte richiesto dal commissario Ue Paolo Gentiloni.
Oppure individuare un compromesso che leghi la firma sul Mes a condizioni di maggiore flessibilità nel computare le spese per investimenti in difesa e green nel nuovo Patto di Stabilità.
Tutto va studiato però come un domino ben organizzato, perché al Mes si collegano altri due eventi che riguardano l’Italia, oltre al giudizio di Moody's previsto per venerdì 17.
Il giorno seguente al 20 novembre, infatti, è prevista l’emanazione della pagella della Commissione Europea alla legge di Bilancio italiana, che dovrebbe contenere, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, una promozione sostanziale ma con un richiamo alla riduzione del debito e a maggiori investimenti. Si tratta di un passaggio importante per l’Italia, che ha varato una Finanziaria per due terzi in deficit e che vede crescere il suo debito verso quota 3.000 miliardi di euro, oltre il 140% del pil.
Le difficoltà non sono finite. Come un atleta di salto triplo, il governo Meloni, dopo aver risolto il nodo Mes e ricevuto il via libera di Bruxelles alla manovra, dovrà affrontare la madre di tutti gli incontri: il 23 novembre è previsto un Ecofin straordinario per approvare il nuovo Patto di Stabilità, su cui Giorgetti ha chiesto un supplemento di riflessione, ventilando un veto dell’Italia se fosse passata l’attuale versione.
Cosa ha di così pericoloso il nuovo Patto? Si legge chiaramente nella seconda pagina dell’ultima bozza di lavoro che questo giornale ha potuto visionare e che lega il rispetto del rapporto deficit-pil al 3% a una riduzione di mezzo punto percentuale di reddito lordo laddove questo tetto non venga rispettato. In sintesi, se nel 2024 e nel 2025-2026 il pil non fosse sostenuto e crescesse ancora il debito, ciò renderebbe necessaria una manovra di rientro dei conti pubblici.
Soprattutto questa deprecata ipotesi renderebbe difficile qualsiasi misura di politica economica, che sia di aiuto alle famiglie, come vuole la premier Meloni, di sostegno ai pensionandi come auspica il leader della Lega Matteo Salvini, o di appoggio al sistema bancario-industriale, come professa il capo di Forza Italia, Antonio Tajani, in questo sostenuto da Abi e Confindustria.
Di fatto, la combinazione Mes-Patto di Stabilità farebbe rientrare in vigore la tanto temuta austerità, soprattutto per l’Italia, perché la Germania, vero malato d’Europa, non pagherebbe alcun dazio da questo stato di cose. Ed è presto detto il perché.
Come raccontato da Francesco Ninfole e Luca Gualtieri su MF-Milano Finanza di ieri, banche e settore immobiliare tedeschi sono in difficoltà per l’aumento dei tassi di interesse, come anche i debiti pubblici di Berlino finiscono in parte sotto il tappeto.
Ma se le banche tedesche vanno in difficoltà chi interviene? Interviene forse il Mes, che attualmente è uno strumento salva-istituti di credito? Scatta il bail-in, il meccanismo di auto-salvataggio che esclude gli aiuti statali?
La risposta è no. Se le banche teutoniche hanno necessità di aiuto, non è competenza di alcun organismo di controllo europeo, Bce o Eba o Vigilanza che sia. Esse per la gran parte non sono soggette alla vigilanza di Francoforte ma a quella nazionale e la gran parte dei piccoli sportelli tedeschi ancora usano addirittura principi contabili nazionali o regionali, mentre tutte quelle italiane sono sottoposte ai criteri Ifrs internazionali, come voluto a suo tempo da Consob e Banca d'Italia.
In pratica: se falliscono le banche tedesche, Berlino le salva con soldi pubblici; se vanno in difficoltà le italiane, si finisce sotto la lente di Christine Lagarde in Bce e, ciò che è peggio, se un peggio esiste, tutto il Paese risulterebbe di fatto commissariato da Bruxelles e da Francoforte. Insomma, da Berlino.
Come uscire da questa trappola? Chi scrive crede che sarebbe molto importante che Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, prima di firmare il Mes, chiedessero al prossimo vertice europeo una riflessione sullo stato di salute delle banche tedesche che eludono i controlli comunitari ma possono rappresentare un serio fattore di rischio per il mercato interno e per la sua competitività, argomento che sarà preso in esame anche da Enrico Letta e Mario Draghi, che dal Consiglio e dalla Commissione sono proprio stati incaricati di studiare lo stato di salute dello spazio comune. Argomento che conosce molto bene il neo governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, sin dai tempi della crisi dei debiti sovrani.
In conclusione, sarebbe auspicabile una risoluzione parlamentare della maggioranza, che magari verrebbe appoggiata anche dal M5S di Giuseppe Conte, la quale richieda, prima di ratificare il Mes, un’operazione verità sulle banche tedesche e sui derivati che molte di esse hanno in pancia da anni. Un’operazione verità da effettuarsi ancor prima dell'accordo sul nuovo Patto di Stabilità, perché il rigore non può essere a senso unico e valere solo per l'Italia. (riproduzione riservata)