Una giornata sull'ottovolante per Saipem quella di ieri, data ultima per negoziazione dei diritti d'opzione legati all'aumento di capitale da 2 miliardi di euro. Il titolo è passato in una manciata di ore da un guadagno di oltre il 6% a un calo del 3,77% a 2,48 euro. Pesa, a sentire quello che registrano le sale operative, la consapevolezza che l'aumento di capitale stia allontanando tanti piccoli azionisti, disorientati davanti a un'operazione che si discosta dalla consuetudine e che in molti hanno faticato a comprendere. Si stima, infatti, che solo un piccolo azionista su due aderirà all'aumento.
A testimoniare il nervosismo e la confusione del retail contribuiscono anche telefonate, mail e messaggi sui canali social arrivati a MF-Milano Finanza, che lamentano persino lunghe attese e spiegazioni confuse da parte dei call center bancari, addirittura sul valore post-accorpamento delle azioni e sul calendario dell'aumento. Non mancano osservazioni anche sul fatto che Saipem avrebbe potuto riconoscere un incentivo ai piccoli azionisti più fedeli, dopo i profit warning e le perdite accusate dal gruppo e dal titolo, al di là dello sconto di circa il 30% riconosciuto sul Terp, il prezzo teorico ex diritto. La volatilità dei mercati ha avuto a sua volta un ruolo nello scoraggiare alcuni degli shareholder. C'è anche, sempre in base alle testimonianze raccolte da MF-Milano Finanza, chi ha pensato addirittura fosse meglio dividere il rischio, esercitando metà dei diritti e vendendo i restanti.
Tutto o niente. Va detto che la vendita di tutti i diritti di opzione porterebbe a una diluizione della partecipazione posseduta di circa il 99%. Ma a suscitare le maggiori perplessità è la scelta dell'aumento di capitale inscindibile, che quindi si intenderà realizzato solo se integralmente sottoscritto. Lo ha dovuto chiarire di nuovo anche Saipem che «qualora le nuove azioni rivenienti dall'aumento di capitale non fossero integralmente sottoscritte, e dunque nel caso di mancato perfezionamento dell'aumento di capitale», la società non procederà all'emissione e alla consegna delle nuove azioni. A spiegare cosa accadrebbe è la stessa Saipem, che ha aggiornato le domande e risposte sul sito: «Gli investitori che avessero acquistato i diritti di opzione durante il periodo di offerta al fine di sottoscrivere le nuove azioni, potrebbero realizzare una perdita pari all'investimento effettuato per l'acquisizione di tali diritti».
Il ruolo delle banche. Va detto, però, che le possibilità che l'aumento non vada in porto sono davvero minimali, dal momento che oltre agli impegni presi dai maggiori azionisti, Eni e Cdp, a sottoscrivere integralmente la loro parte, pari al 44% circa, c'è un esercito di banche pronto a rilevare l'inoptato. Anzi, con tutta probabilità, dovranno farsene carico arrivando vicine al massimo previsto dagli accordi, ovvero 1,119 miliardi di euro. Questa, infatti, sarebbe la conseguenza diretta di un dietro-front dei piccoli azionisti. «Il contesto di mercato non era l'ideale per affrontare questo tipo di transazione, ma Saipem non poteva aspettare», è l'opinione di Marco Opipari di Bestinver, raccolta da Reuters. «Credo che gran parte dell'aumento di capitale sarà sottoscritto proprio dal consorzio di banche garanti», di cui fanno parte Bnp Paribas, Citigroup, Deutsche Bank, Hsbc, Intesa Sanpaolo e Unicredit (joint global coordinators), Abn Amro, Banca Akros, Santander, Barclays, Bper, Goldman Sachs, Société Générale e Stifel.
Intanto, l'operazione va avanti. Come da calendario, il periodo nel quale i diritti di opzione validi per la sottoscrizione delle nuove azioni saranno ancora esercitabili proseguirà fino all'11 luglio. (riproduzione riservata)