Promosse, bocciate o rimandate? Alcune delle società che quest’anno sono sbarcate a Piazza Affari hanno visto i loro titoli salire ben oltre il prezzo di collocamento. Altre, invece, trattano al di sotto del livello di debutto. Per alcune, infine, il giudizio va sospeso. È il caso, ad esempio, di Bolognafiere che si è quotata sul segmento professionale dell’Egm mercoledì 20 e non ha chiuso contratti nelle prime due sedute. Oppure di Sbe-Varvit, azienda specializzata in viti e bulloni per diversi settori industriali, e Xenia Hotellerie Solutions, attiva nel settore alberghiero. Le azioni di entrambe le società sono rimaste poco mosse dall’avvio degli scambi a novembre.
Il 2023 è stato un anno positivo, almeno in termini numerici, per le quotazioni sul mercato italiano. Le nuove ipo (senza contare i passaggi di listino) sono state 35 fino a giovedì 21 dicembre (vedi tabella sotto) – e diventeranno 39 entro la fine dell’anno – con una raccolta media di 7 milioni di euro. Collocamenti che, in 30 casi su 35, sono avvenuti sull’Egm. «Negli ultimi dieci anni il numero delle società quotate in Italia è aumentato solo grazie a questo indice», ricorda Giovanni Natali, presidente di AssoNext. «Il mercato principale intanto ha perso 108 società». Nel complesso, «il 2023 ha visto un complessivo miglioramento delle ipo in Italia, sia in termini di numero di operazioni (+10%) che di valore raccolto (+9%), anche se caratterizzato da una doppia velocità», commenta Paolo Aimino, Ipo e Capital Markets Leader di EY in Italia.
Le uniche tre ipo di società con capitalizzazione superiore a 500 milioni di euro sono infatti avvenute nel primo semestre con i dual listing di Ferretti (market cap di 1 miliardo) ed Eurocommercial Properties (1,1 miliardi) e la quotazione, sul mercato principale, di Lottomatica (2,3 miliardi). Sei mesi dopo, le tre società mostrano parabole diverse. Le azioni di Ferretti non si sono discostate molto dal prezzo di collocamento (-0,67%), quelle di Lottomatica sono cresciute del 9,5% circa mentre Eurocommercial Group ha visto il suo titolo esplodere: +122% dal prezzo di ipo.
Tra le 30 neo-quotate sul mercato non regolamentato dedicato alle pmi ci sono tre titoli che hanno praticamente raddoppiato il loro valore. Il primo è La Sia, società di ingegneria che si è quotata ad agosto con un prezzo di collocamento di 3,6 euro per azione. Il 21 dicembre il titolo ha chiuso a 8,1 euro, con un balzo del 125% circa in quattro mesi. La Sia, inoltre, è stata indicata come “Best ipo 2023” da AssoNext: nell’iter di quotazione ha avuto domande 2,3 volte superiori all’offerta, inizialmente pari a 5 milioni.
Segue Elsa Solutions, specializzata nella produzione di batterie, che ha raddoppiato il prezzo: dai 2,5 euro del collocamento alla fine di settembre è arrivata a 5 euro. Infine Execus, pmi attiva nell’ambito del digital marketing applicato alle vendite, che dall’inizio di agosto ha avuto un rialzo del 90%.
Un trend opposto ha, invece, interessato due titoli industriali. Eurogroup Lamination, che si occupa di produrre e distribuire componenti per motori e generatori elettrici, ha ceduto circa il 30% tra febbraio e dicembre: partito con un prezzo di collocamento di 5,5 euro, il titolo è sceso sotto i 4 euro. Una traiettoria simile a quella delle azioni di Pasquarelli Auto, che da maggio ha perso oltre il 27%. Avvio faticoso anche per Sicily by car (-34%) e TMP Group, società che si occupa dell’identità di brand e imprese: sbarcata sull’Egm il 2 febbraio, seconda debuttante del 2023 dopo Deodato Gallery, la società ha avuto un ribasso di circa il 50% nei suoi primi dieci mesi sul mercato ed è passata da 10 euro per azione a 5 euro.
Il problema dell’Egm non è il numero delle quotate (in aumento), ma il valore degli scambi. «Le società di piccole dimensioni presentano per loro natura minori volumi di flottante e quindi una minore liquidità del titolo che può influenzare la propensione degli investitori a investimenti di ridotte dimensioni, anche tenuto conto delle politiche di investimento degli investitori istituzionali», osserva Aimino. In particolare, le pmi pagano i deflussi dai Pir, che potrebbero arrivare a 2,5 miliardi di euro quest’anno secondo le stime di Intermonte. «Per le piccole c’è un problema di liquidità», conclude Natali. «I Pir vanno riformati e si potrebbe attingere alle riserve tecniche di assicurazioni e fondi pensione privati. Oltre a creare un fondo di fondi per le pmi che sono la spina dorsale del mercato italiano». (riproduzione riservata)