Se ci si fermasse solo a uno sguardo d’insieme il giudizio sarebbe implacabile: la stagione dei bilanci 2023 arrivata ormai alle battute conclusive, per le quotate sul listino principale di Piazza Affari (banche e assicurazioni escluse, s’intende), sarebbe stata una mezza delusione. Basta guardare l’aggregato dei risultati delle società industriali, proposto nelle tabelle allegate: fatturato in calo del 10,3% a 683,3 miliardi di euro, ebitda stabile sotto i 94 miliardi, utile netto in lieve flessione (-0,7%) a quota 48,7 miliardi.
Tutto è relativo però e non si può parlare dei risultati del 2023 senza ricordare che cosa era successo l’anno precedente, il 2022 della guerra in Ucraina, della crisi energetica e dell’inflazione galoppante. Nel corso di quei pazzi 12 mesi il settore petrolifero da solo aveva generato 158 miliardi di ricavi e 14 di utili, grazie all’impennata del prezzo del greggio. È normale che, con la normalizzazione del mercato delle materie prime dello scorso anno, il settore petrolifero (capitanato da Eni) non abbia ripetuto la performance stellare del 2022. Scorporando il dato complessivo nei singoli settori, si nota quindi come il petrolifero abbia registrato una flessione del 26% dei ricavi e del 63% degli utili. Numeri che, da soli, sono in grado di incidere in modo importante sui risultati aggregati di Piazza Affari.
Tolto quindi l’effetto petrolio, come è andato effettivamente il 2023 delle società industriali italiane? Tra tutti i settori la miglior performance in assoluto l’ha messa a segno quello delle costruzioni, con un incremento del fatturato aggregato del 15% e dell’utile del 46%. «Dal punto di vista industriale», spiega Fausto Artoni, presidente di Impact sgr, «stiamo notando che riportano bene quelle società che lavorano nel settore delle infrastrutture con commesse sia private sia pubbliche». L’avanzamento del Pnrr, in questo contesto, gioca un ruolo cruciale. Per esempio, «Maire Tecnimont, che ha anche presentato un piano particolarmente gradito dal mercato». Un altro esempio è Webuild, «una società globale che esporta le sue capacità in tutto il mondo». O ancora Salcef, azienda che produce macchine ferroviarie: «lavora molto con commesse pubbliche», sottolinea Artoni, «ed è molto ben guidata dal management». L’identikit di queste società, secondo il gestore, è molto chiaro: «Stanno lavorando bene in ottica di miglioramento delle infrastrutture e sostenibilità, investono in modo redditizio» e, in un’ottica di mercato, «hanno dividendi crescenti e buona visibilità sui bilanci futuri».
Un altro settore da mettere sotto la lente di ingrandimento è quello delle utility. Che nel 2023 hanno mostrato un andamento singolare: ricavi giù del 30%, ebitda e utili in aumento rispettivamente del 13% e 54%. Questo perché nel 2022 il comparto, al pari di quello petrolifero, aveva beneficiato dei prezzi alle stelle delle materie prime in termini di fatturato. Beneficio che non si è ripetuto lo scorso anno, anche se le società del settore hanno saputo lavorare bene sulle sinergie, incrementando utili e margini. Anche secondo Artoni il settore può riservare ancora sorprese, soprattutto in ottica tassi di interesse: «In alcuni comparti potremo vedere un risveglio dei prezzi anche grazie alla dinamica dei tassi. Ad esempio, le ultime comunicazioni della Fed sui tagli favoriscono le utility», che stanno al contempo «lavorando e investendo molto per migliorare le reti energetiche» e hanno, al pari delle infrastrutture, «dividendi stabili e crescenti».
Il presidente di Impact è interessato anche al settore auto, che nel suo complesso ha visto i ricavi 2023 aumentare del 6% annuo, con utili in crescita del 12,5%. Un esempio su tutti è ovviamente Stellantis, «che ha valutazioni molto basse (rapporto prezzo-utili inferiore a 4, ndr) e buona generazione di cassa, oltre a una visione sul 2024 molto chiara». Allo stesso modo il gestore cita «Iveco, che ha dato modo agli analisti di fare delle previsioni molto chiare sugli utili del 2024-25 alla luce di valutazioni basse e rafforzamento nei mercati mondiali». Ai costruttori automobilistici si unisce inoltre tutto l’indotto: «penso ad esempio a Brembo», prosegue Artoni, «che ha basse valutazioni e forte innovazione di prodotto».
Attenzione infine al caso Ferrari, che dopo i conti 2023 migliori delle attese ha toccato i massimi storici in borsa, diventando così la prima quotata italiana per capitalizzazione. «Non può essere però considerata un titolo dell’automotive», spiega Artoni, «ma è a tutti gli effetti una società del lusso: se si decide di prendere una posizione lunga su Ferrari lo si fa per via dell’unicità: l’azienda crea prodotti sempre nuovi e ad altissima marginalità, un po’ come fanno le case dell’alta moda».
A proposito della moda, le società del settore hanno mostrato nel corso del 2023 un andamento contrastato. Moncler è cresciuta ed è stata premiata del mercato, Brunello Cucinelli (pur con fondamentali in forte miglioramento) non ha centrato le attese degli analisti ed è scivolata in borsa, Ferragamo ha visto fatturato e utile netto in contrazione e sotto le aspettative. Rispetto ai competitor europei però, «in Italia il settore ha riportato in modo discreto e abbastanza rassicurante, anche alla luce del rallentamento in alcuni mercati mondiali», come la Cina, alle prese con la deflazione interna.
Lorenzo Batacchi, portfolio manager di Bper Banca e membro Assiom Forex, ritiene che sia il momento di guardare ora con più attenzione allo Star, l’indice delle eccellenze industriali: «L’Italia esce da un lungo torpore. Il premio per un possibile default si sta assottigliando grazie a un governo stabile e al fatto che, soprattutto nel post pandemia, emerge la necessità di creare un’Europa unita attraverso l’emissione di debito comune, a partire dal settore della Difesa». Di conseguenza, aggiunge, «i singoli Stati non possono più fallire e gli spread si appiattiscono facendo salire il mondo finanziario, che ha in portafoglio molti titoli di Stato». La percezione all’estero «è che non siamo più un Paese a rischio, ma ora è necessario concretizzare le attività del Pnrr, che faranno da traino al settore delle infrastrutture e industriale». L'indice Star «torna a essere interessante, perché a oggi il differenziale con il Ftse Mib è molto ampio. Da inizio anno, il primo ha perso il 2,8%, mentre il secondo è salito di oltre il 13% con i dividendi reinvestiti». Si tratta del terzo anno consecutivo di divergenza storica, «ora attendiamo il taglio dei tassi che farà da traino agli industriali. Per questi ultimi significa meno interessi sul debito», conclude.
Leggi anche:
Il settore industriale italiano - interviene Fabio Caldato, portfolio manager del fondo AcomeA Strategia Dinamica Globale - conta star internazionali che hanno reso famoso il made in Italy. «Fra queste Ferrari, che divide con Hermes una sostanziale certezza di vendita di tutti i prodotti già prima di essere progettati. Rimanendo in ambito lusso, Brunello Cucinelli è, secondo noi, una storia da raccontare: dalla quotazione in borsa, l’azienda è riuscita a farsi riconoscere come premium brand e ad alzare qualità e prezzi, senza perdere i volumi. Meno cool, ma altrettanto rappresentativo è il caso di Interpump, un compounder industriale di successo». Circa 2 miliardi di euro di ricavi e mezzo di ebitda, «in una fase di transizione ciclica, in area 44 euro Interpump è interessante con un’ottica di medio termine».
Anche Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, mette in evidenza Ferrari, «tra i primi 100 brand al mondo, uno dei tre marchi italiani più celebri a livello globale, assieme a Gucci che fa parte di Kering e Prada che è quotata a Hong Kong. In termini di performance, Ferrari ha mostrato un rialzo del 60% negli ultimi 12 mesi e del 240% negli ultimi 5 anni». Il successo del gruppo guidato da Benedetto Vigna, riprende l’analista, è legato a tanti fattori: «Alla forza del brand, all’essere l’icona dei marchi made in Italy, alla comunicazione mirata per dominare la propria nicchia di mercato, all’identità sportiva, alla ricerca di innovazione e ai risultati industriali e finanziari». Nel 2023 Ferrari ha aumentato il numero di consegne del 3% grazie alla forte domanda del nuovo modello Purosangue. Il gruppo ha mostrato risultati robusti lo scorso anno con ricavi in crescita del 17% s 5,97 miliardi di euro. (riproduzione riservata)