Un mercato dei capitali adeguato ad accompagnare la crescita del sistema delle piccole e medie imprese innovative è un fattore imprescindibile per la crescita e per la definizione e l’attuazione della politica industriale di un paese. Come affermato di recente dalla presidente della Bce Christine Lagarde, «una Borsa europea unificata» e una «Sec europea» (ovvero l’organo di controllo del mercato finanziario) rappresentano infrastrutture strategiche ormai imprescindibili rispetto alla «frammentazione attuale degli organi di controllo e degli stessi mercati».
Il Centro Arcelli per gli Studi Monetari e Finanziari della Luiss Guido Carli (Casmef), diretto da Giorgio Di Giorgio, in collaborazione con EnVent Capital Markets, ha condotto uno studio al riguardo (di prossima pubblicazione sulla Rivista Minerva Bancaria) di cui una versione preliminare è disponibile su: http://tinyurl.com/casmef-envent. Dallo studio, curato da Di Giorgio e Nicola Borri, ricercatore Luiss, emergono alcuni spunti per una riflessione più ampia sullo stato del mercato dei capitali in Italia e in Europa. L’analisi relativa alle borse dedicate alle «innovative growth small and medium enterprises (Smes)» dell’Europa Continentale, che include per completezza anche il Regno Unito, mette in luce la necessità (in particolare per il mercato italiano con peso specifico ridotto rispetto ad altri mercati, seppure in crescita) di azioni e misure per colmare la distanza tra l’offerta e la domanda di capitale di rischio. In prima analisi, i fattori strutturali che influenzano su domanda e l’offerta di capitali. Sul lato della domanda, i costi di quotazione sono un fattore discriminante e il caso della Svezia, con costi ridotti anche per i soggetti di dimensioni minori, risulta di esempio. Sul lato dell’offerta, vi sono differenze sostanziali nelle scelte di portafoglio degli investitori, retail e istituzionali, nei Paesi presi in esame. Per esempio, la quota di azioni quotate detenute dalle famiglie italiane è notevolmente inferiore a quella delle famiglie degli altri Paesi. Inoltre, tra i Paesi presi in esame esistono significative differenze in termini di educazione finanziaria che per esempio portano in alcuni di essi a un maggiore quota investita in titoli di stato o settore immobiliare. Lo studio Di Giorgio-Borri evidenzia poi come in tutti i mercati dei capitali internazionali si registri da tempo il megatrend della cosiddetta de-equitization, associato a una riduzione del numero di società quotate e a un maggiore uso di capitale di debito. Il recente aumento dei tassi di interesse contribuisce alla minore attrattività dei mercati dei capitali privati rispetto alle tradizionali alternative a basso rischio.
Questo fenomeno generale impatta negativamente su valutazioni e capitalizzazioni di mercato e si aggiunge alle caratteristiche e criticità comuni che influenzano la dinamica dei mercati dei capitali, come a) Una forte concorrenza tra i diversi mercati regolamentati; b) La loro frammentazione, che contribuisce al numero limitato di aziende quotabili e ai maggiori costi di quotazione; c) Le dimensioni ridotte, che si traducono in una scarsa copertura da parte degli analisti delle Smes con conseguenze in termini di efficienza del mercato, ridotta liquidità e, in ultima analisi, capitalizzazione limitata. Per affrontare queste criticità è indispensabile un’azione di politica industriale che ponga al centro della competitività del Continente gli investimenti di capitale per le Smes innovative in tutte le fasi del loro sviluppo: pre-quotazione, quotazione e post quotazione. Questi investimenti vanno considerati e interpretati correttamente come pazienti e attivi da parte di un ampio bacino di investitori istituzionali e professionali rappresentati da piattaforme di investimento come Pipe (Private Investment in Public Equity), Eltif (European Long Term Investment Fund) e fondi chiusi, affiancati da intermediari finanziari specializzati nel dialogo con imprese e imprenditori.
È quindi necessaria un'azione combinata di agenzie governative e strumenti di investimento pubblici (in Italia, per esempio, Cdp ha già attivato tutta la filiera di strumenti finanziari nei diversi ambiti: start up, venture capital, private equity, strumenti di debito, infrastrutture, real estate, ecc.) accanto al Fondo Europeo di Investimenti (Fei) con il programma InvestEu per la promozione e operatività di un ampio numero di nuovi fondi e investitori professionali specializzati necessari per il progredire di un efficiente e competitivo mercato dei capitali europeo, oltre a incentivi da dare a fondi pensione, casse di previdenza e assicurazioni per indirizzare più risorse verso l'economia reale. Questo intervento consentirebbe di risolvere alcune croniche criticità quali le basse valutazioni, le ridotte capitalizzazioni di mercato, la scarsa liquidità, innestando così anche l'attività di operatori professionali sul mercato secondario, oggi praticamente inesistente o quasi.
Infine, le istituzioni Ue sono fondamentali per la crescita delle Smes. In particolare, la direttiva europea sulla Capital Market Union (Cmu) ha il potenziale per contribuire significativamente a favorire la crescita delle Smes. La Cmu mira a creare un unico mercato dei capitali integrato tra gli Stati membri dell'Ue, rimuovendo barriere e facilitando l'accesso al finanziamento per le imprese, in particolare le Smes, affrontando le criticità legate alla frammentazione dei mercati. Portarla a compimento è essenziale. (riproduzione riservata)
*managing partner-ceo EnVent Group