Da oltre una settimana, il ricovero all’ospedale San Raffaele di Silvio Berlusconi sta scuotendo politica (seppur presa dalla partita nomine) e mercato. Gli ultimi aggiornamenti arrivati dall’istituto medico milanese, per quanto consci di una situazione delicata, sono decisamente più confortanti rispetto a quanto prospettato nelle ore immediatamente successive al primo giorno di ricovero. Tralasciando le dinamiche politiche interne a Forza Italia, dalla vicenda arriva dritto un messaggio a livello finanziario: la convinzione del mercato (o forse la voglia?) che qualcosa possa accadere nelle controllate di Fininvest quotate a piazza Affari, Mfe-MediaForEurope -principale catalizzatore- e Mondadori. Il 5 aprile, primo giorno del ricovero di Berlusconi, le azioni Mfe di categoria A hanno chiuso in crescita del 3,5%, mentre le azioni Mfe di classe B del 4,5%. Il rialzo è stato più contenuto per l’altra controllata dell’editoria, cioè Mondadori che in borsa ha chiuso con un guadagno dello 0,6%. Commentando l’andamento dei titoli, come riportato da MF-Milano Finanza il 6 aprile, alcuni gestori hanno collegato il rally in borsa di Mfe a scenari futuristici per l’ex Mediaset di cui Fininvest detiene il 47,9%, affermando che «il mercato non esclude che la famiglia possa considerare anche un’ipotesi di vendita di Mfe», nel caso dovesse venire a mancare l’ex premier.
Il trend di crescita delle azioni, seppur a fasi alterne, è proseguito anche nel corso della settimana. Dal giorno del ricovero a venerdì 14, le azioni di classe B hanno guadagnato circa il 14% mentre quelle di categoria A circa l’8%. Sicuramente le perfomance del titolo non sono brillate solo in questo momento; lo testimonia l’andamento da inizio anno: +25,6% per le Mfe A e + 26,8% per le B. È innegabile, però, come i rialzi degli ultimi giorni abbiano un loro peso specifico nella perfomance complessiva. Ad animare il titolo, come detto, è l’ipotesi che, a tendere, possano cambiare gli assetti azionari in quel di Cologno, nonostante questa linea non abbia mai trovato (e forse mai potrà trovare) riscontri ufficiali.
Le convinzioni sono però difficili da scardinare e così, nella necessità di individuare l’indiziato principale, il mercato l’ha trovato in Vivendi, il gruppo francese dei media che fa capo a Vincent Bollorè e secondo azionista di Mfe con il 20% circa tra quota diretta e detenuta tramite Simon Fiduciaria. Dopo anni di beghe legali, Berlusconi e Bolloré sono riusciti a siglare una pace nel 2021 in cui i francesi si sono impegnati ad alienare quasi tutta la partecipazione in Mfe nel giro di 5 anni, oltre che a non ostacolare i piani di espansione stilati dal ceo Pier Silvio Berlusconi. Allora perché il mercato insiste nel voler imputare a Vivendi mire espansionistiche? Perché nonostante gli impegni presi, Vivendi non ha ancora ceduto nemmeno un’azione. Berlusconi, rispondendo a una domanda durante un incontro con la stampa, aveva sottolineato come la posizione dei francesi non sia cambiata solo a causa delle quotazioni del titolo Mfe. Uscita che in questa fase porterebbe solo a una forte minusvalenza. Nel bilancio 2022 di Vivendi si legge che i francesi hanno iscritto le azioni Mfe a 1,85 euro (sia per la classe A sia per la B). L’impegno per il primo anno è di cederle a 1,375 euro (e salire nell’arco di tempo a 1,55 euro). Ora quotano 0,7 euro le classe B e 0,45 euro le A. Sostanzialmente uscire adesso comporterebbe una minusvalenza di circa 700 milioni di euro. Una scelta non saggia, considerando anche la recente svalutazione della quota detenuta in Tim.
Nemmeno tanto sullo sfondo ci sono poi i rapporti con il Biscione. Finora l’impegno di non ostacolare la creazione del polo paneuropeo della tv free è dimostrato. Non da ultimo con la cessione dell’1,05% di Mediaset España a Mfe a ridosso della fusione per incorporazione, avvenuta il mese scorso (vedere MF-Milano Finanza del 15 marzo). Senza la cessione, erano due le strade per Vivendi - entrambe contro l’atto di pace: o si sarebbe trovata con una quota maggiore in Mfe o avrebbe dovuto esercitare il recesso delle azioni spagnole votando contro la fusione. Questioni di forma, ma che per i francesi, parafrasando Dostoevskij, sono quindi di sostanza. Eppure in molti la convinzione non scema. Anzi, cresce a tal punto da sostenere che il piano, per ora protetto e favorito dalle quotazioni di mercato, sia proprio quello di restare silente e attendere che la massa di Cologno cresca, così come crescerebbe idealmente quella della concessionaria pubblicitaria. Solo allora si uscirebbe allo scoperto. Senza opa (Mfe è blindata), ma trattando. Ipotesi e suggestioni. Che mai troveranno conferme. (riproduzione riservata)