Ci si dovrebbe chiedere se quel metodo lungamente in voga nella gestione del personale nel «pubblico», che prevede valutazioni ispirate al merito comparativo, non si stia estendendo di fatto anche alle cariche apicali in enti e amministrazioni.
Avevamo visto bene (ed era facile riuscirvi) sottolineando che in un'intervista l'ex ministro Francesco Profumo aveva affermato, con riferimento alle voci diffuse, che non si sarebbe dimesso dalla carica al vertice della Compagnia San Paolo, ma circoscrivendo il tutto a un «per ora». Ieri, trascorsa, dopo quelle dichiarazioni, una settimana circa, sono sopravvenute le previste dimissioni con decorrenza dal 22 febbraio. Egli si dimetterà di conseguenza pure dalla presidenza dell'Acri.
Moltissimi ritengono che le dimissioni realizzino una condizione di freezing necessaria per evitare l'incompatibilità preventiva, come è stato scritto ieri su queste colonne, che impedirebbe a Profumo l'ascesa nel 2025 al vertice della conferitaria Intesa Sanpaolo in base alla previsione del protocollo Acri-Tesoro che fissa un periodo di congelamento di almeno un anno per il passaggio dall'una all'altra carica. Altri ritengono che la scelta possa essere stata compiuta in vista di un passaggio alla testa della Cassa Depositi e Prestiti, ma non manca chi ipotizza che le dimissioni, liberando, come accennato, anche la presidenza dell'Acri, agevolerebbero la successione in quest'ultimo incarico.
Quali che siano le finalità, si deve osservare che la frase pronunciata dal presidente, secondo la quale le dimissioni discendono anche dall'intento di preservare la Compagnia dalle dinamiche legate agli avvicendamenti nella governance, dovrebbe essere ritenuta valida anche per il vertice di Intesa (o della Cdp) per il quale, invece, non sembra che ci si curi delle dinamiche anzidette, anzi si agisce in anticipo così creando una situazione di un presidente in carica per oltre un anno ancora e di uno in pectore o, a maggior ragione, ben noto e «in procinto», nell'oblio comunque delle deplorate «porte girevoli». A meno che tutto ciò che si dice e si scrive venga drasticamente smentito dall'interessato.
Sia chiaro: la norma vigente consente l'ipotizzato comportamento. E attiene alla libertà personale e alle autonome determinazioni operare scelte della specie. Nessuno mette, poi, in dubbio le capacità e l'esperienza del prof. Profumo. L’osservatore deve, invece, rilevare le ripercussioni di queste scelte, i contro-effetti, l'insufficiente trasparenza che è la componente fondamentale dell’accountability. Soprattutto, la vicenda si svolge in un contesto in cui non si sente una parola sui contenuti, sui programmi, sulle strategie, anche di mera conferma di quanto fin qui si sia fatto escludendosi (cosa non facile) eventualmente l'esigenza di innovare.
Eppure andrebbero ben recepite le lezioni date da Giuseppe Guzzetti, l'artefice del ruolo e del successo delle fondazioni, sia con il comportamento di grande rigore (non volle che gli si conferisse la carica di presidente onorario alla scadenza del mandato), sia con l'opera svolta per almeno 20 anni: dalla battaglia per la difesa dell'autonomia degli enti in questione approdata alla storica pronuncia della Consulta, al seguito, a cominciare dal suddetto protocollo, dalla correttezza dei rapporti tra fondazioni e banche partecipate, dalla funzione svolta dalle fondazioni nella Cdp.
E' sperabile che vi sia un cambiamento e si possa almeno sentir parlare non di stratagemmi con i quali prevenire o aggirare norme regolatrici, ma del «dover essere», di programmi in una fase difficile per l'economia e la finanza pubblica e di grave condizione delle classi meno favorite, per non parlare del disagio sociale e della povertà. Alle fondazioni non si potrà mai rivolgere la frase di Giovenale, un'accusa, «propter vitam vivendi perdere causas», per vivere smarrire le ragioni del vivere. Ma non bisogna cullarsi sugli allori. (riproduzione riservata)