Tempi duri per l’economia russa, e ora a riconoscerlo sono gli stessi interpreti della politica finanziaria di Mosca. Parlando in conferenza stampa il ministro delle Finanze di Vladimir Putin, Anton Siluanov, ha detto, in merito all’ultima ondata di sanzioni imposte dai Paesi dal G7, Ue e Australia in conseguenza dell’invasione dell’Ucraina, che i proventi dell’export del Paese sono sotto pressione e che questo potrebbe spingere il rapporto deficit/pil oltre il 2% inizialmente previsto per fine anno.
Per tutta risposta, il presidente Putin ha vietato la fornitura di petrolio e prodotti petroliferi russi ai Paesi che impongono un tetto ai prezzi, consentendo le consegne a queste nazioni solo sulla base di un permesso speciale del leader del Cremlino.
All’inizio del mese l'Unione Europea e il Regno Unito hanno vietato l’importazione di greggio russo via mare, mentre il G7 ha posto un tetto alle altre vendite impedendo alle compagnie occidentali di assicurare, finanziare o spedire il greggio russo a un prezzo superiore ai 60 dollari al barile.
Putin ha firmato oggi, martedì 27 dicembre, un decreto che annuncia le misure di ritorsione, che entreranno in vigore il 1° febbraio e dureranno fino al 1° luglio 2023.
Il tetto alle esportazioni di petrolio, greggio e raffinato, potrebbe costringere il Cremlino a tagliare gli output sulla produzione del prossimo anno tra il 5% e il 7%. Mosca dovrebbe essere ancora in grado di finanziare i tagli attraverso l’emissione di bond domestici e l’uso di fondi emergenziali ma «i segnali iniziali suggeriscono che l’economia del Paese sta iniziando a sentire la pressione», ha commentato a Cnbc Nicholas Farr, economista dei Paesi emergenti europei di Capital Economics.
«I dati», ha proseguito l’esperto, «mostrano che le esportazioni di petrolio russo sono crollate una volta che le sanzioni sono state introdotte, e lo spread tra prezzo del petrolio Brent (oggi, martedì 27 dicembre, poco sotto gli 85 dollari al barile, ndr) e rezzo del petrolio degli Urali è arrivato ai massimi semestrali la scorsa settimana».
Farr ha suggerito che questo fattore aggraverà il colpo alle entrate energetiche della Russia dovuto al calo dei prezzi globali degli ultimi mesi. Il Brent, metro di riferimento a livello internazionale, è sceso da un picco di circa 98 dollari al barile in ottobre a circa 77 dollari all’inizio del mese, per poi risalire intorno agli 84,5 dollari.
In aggiunta, nelle ultime sedute la valuta russa, il rublo, ha perso circa il 10% del suo valore rispetto al dollaro, divenendo così la peggior valuta emergente a livello di performance. Una conseguenza primaria di questo fattore potrebbe essere «una pressione rialzista sull’inflazione a causa di costi più alti per le importazioni», ha proseguito Farr.
La banca centrale moscovita, che ha terminato la sua serie di tagli ai tassi di interesse a ottobre e ha mantenuto invariata la sua politica monetaria a dicembre, ha avvertito che i rischi inflazionistici «prevalgono su quelli disinflazionistici». Se il ribasso del rublo dovesse continuare, secondo Farr, la banca centrale guidata dalla governatrice Elvira Nabiullina potrebbe essere costretta ad «aumentare i tassi per tenere il carovita sotto controllo»: ragione per cui Capital Economics ritiene che «l’erosione della resilienza del Cremlino alle sanzioni sarà probabilmente un tema chiave del 2023».
Il Paese finora ha beneficiato in modo importante della spinta data al commercio dagli elevati prezzi delle materie prime, ma questo robusto supporto all’economia sta venendo meno nelle ultime settimane.
«Riteniamo», ha sottolineato Farr, «che l’economia russa soffrirà una contrazione del 2023, mentre i prezzi dell’energia in caduta libera faranno sì che la bilancia commerciale sia sotto pressione». L’attuale surplus, secondo Capital Economics, è destinato a «ridursi rapidamente nei prossimi mesi». Esiste un rischio elevato che «sia necessario un ampio riequilibrio esterno a partire dal 2024, anche se la crescita rimarrà estremamente lenta». (riproduzione riservata)