Ogni promessa è debito. Nel caso italiano, letteralmente. A febbraio, dice Bankitalia, il debito pubblico ammonta a 2.872,4 miliardi. Nel 2023, il rapporto sul pil si è attestato al 137,3%, quasi 20 punti in meno rispetto al 155,6% del 2020, annus horribilis della pandemia. Dopo tre anni in calo, complice l’effetto Superbonus, a partire dal 2024 il dato è destinato a risalire dal 137,8% del 2024 al 138,9% del 2025 – quando il debito sfonderà i 3 mila miliardi – fino al 139,8% del 2026. Solo dal 2027, si legge nel Def, il trend tornerà discendente.
Previsioni più rosee di quelle rilasciate il 17 aprile dal Fmi, che vede il debito al 139,2% nel ‘24, al 140,4% nel ‘25 e nessuna frenata dal ‘27, considerando che la stima 2029 è un 144,9%. Numeri che non paiono impensierire più di tanto Giancarlo Giorgetti: «Stiamo lavorando sulla sostenibilità del debito – chiosa il titolare del Mef dagli Spring Meetings di Washington – sappiamo che la sua stabilità dipende dalla capacità di produrre crescita».
Dal 1989, anno d’esordio di MF (che il 22 aprile sarà in edicola con uno speciale dedicato ai suoi primi 35 anni di vita), il debito/pil è cresciuto di oltre 40 punti, dal 93,1 al 137,3%. Al tempo, il debito superava i 590 miliardi di lire in una folle chicken run avviata a inizio anni ‘70 con le riforme dello Stato sociale, a iniziare da quella delle baby pensioni.
A dispetto della vulgata sulla «spesa allegra» del Pentapartito negli ‘80, la questione va retrodatata al decennio precedente: è lì, infatti, che si innescò la miccia, con un boom della spesa cui non corrispose un aumento delle entrate. Prova ne è, tra l’altro, la decisione presa tra ‘81 e ‘82 dal ministro del Tesoro Nino Andreatta e dal governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi di sancire il divorzio tra via XX Settembre e via Nazionale.
Con l’arrivo dei ‘90 il quadro storico impose un drastico cambio di passo: a certificarlo, il Trattato di Maastricht (firmato il 7 febbraio ‘92 con mano tremante dal ministro del Tesoro Guido Carli) che impose ai conti pubblici una cura da cavallo. Lo scoppio di Mani Pulite, dieci giorni dopo la firma del trattato, rese ancor più evidente la necessità. A somministrare la prima dose il governo Amato, che nell’estate ‘92 varò una manovra da 30 mila miliardi di lire (con il famigerato prelievo forzoso retroattivo del 6 per mille sui conti correnti) per riassestare le finanze. Si avviò poi la stagione delle privatizzazioni, dalle quali lo Stato incassò circa 200 miliardi di euro in 15 anni, dieci volte quanto il governo punta oggi a incamerare con la vendita di quote in Mps, Poste, Fs ed Eni. Seguirono lo stop alla scala mobile e la riforma delle pensioni.
Ad accompagnare l’Italia al traguardo europeo il governo Prodi, che nel ‘97 sforbiciò il deficit dal 7 al 2,7% portandolo entro i parametri di Maastricht. Miracolo impossibile da replicare sul debito, per il quale l’asticella era fissata al 60% mentre il pallottoliere segnava il doppio. Grazie a un accorto lavoro contabile e diplomatico, nel ‘98 Roma fu comunque ammessa alla fase finale dell’Unione monetaria che avrebbe portato all’adozione dell’euro.
Da allora, dopo una prima fase di contenimento, il debito è tornato a salire complici le crisi dei mutui subprime e dei debiti sovrani. A dare il colpo di grazia il Covid, con 350 miliardi di debito accumulati tra 2020 e 2022: non tutto debito «cattivo» (usato per alimentare la spesa corrente), ma anche «buono», impiegato per investimenti mirati. Ma pur sempre debito, sul quale gravano mille miliardi di spese per interessi passivi tra 2009 e 2023.
Ad aggravare un quadro che da patologico si è mutato in fisiologico, le misure introdotte per contrastare l’impatto del Covid, dal NextGenEu al Superbonus. Del primo all’Italia spetta la fetta più grossa, 194 miliardi, di cui 123 a debito. Sul secondo (170 miliardi che, sommati alle altre agevolazioni, salgono a 219) si stanno versando fiumi di lacrime e inchiostro. L’effetto devastante registrato sul deficit nel 2023 (7,2% contro stime Nadef per un 5,3%) si trasferirà dal 2024 proprio sul debito.
Alleggerire il fardello è inevitabile. Le privatizzazioni non bastano: scalare di 20 miliardi (che nel Def sono 16) una montagna alta 3 mila miliardi non è una strategia. Nei mesi a venire, l’obiettivo sul debito/pil dovrà essere far crescere il denominatore contenendo il numeratore con una seria spending review. Perché ciò accada, il pil dovrà tornare a marciare a un passo dell'1-1,5% annuo: oggi un'utopia: domani realtà con l’aiuto del Pnrr? Bruxelles aspetta al varco con il nuovo Patto di Stabilità. (riproduzione riservata)