Nella discussione in corso sulla legge di bilancio 2025 torna l'ipotesi di un rinnovo della norma sulla riapertura del semestre di silenzio assenso per destinare automaticamente il trattamento di fine rapporto (tfr) ai fondi pensione. L'obiettivo è rafforzare la previdenza complementare per dare ai futuri pensionati un assegno che sia più possibile vicino all'ultimo stipendio. In passato, grazie al più generoso sistema di calcolo retributivo, abolito dalla riforma Fornero nel 2012, i lavoratori italiani potevano contare su una pensione pubblica che garantiva anche oltre l'80% del proprio stipendio. «Oggi, la situazione è cambiata e le tendenze demografiche e finanziarie indicano un futuro incerto e probabilmente meno prospero. Secondo le proiezioni dell'Inps il tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra il primo assegno pensionistico e l'ultimo reddito da lavoro percepito, è destinato a scendere drasticamente, con le stime del Mef che indicano un calo dall'attuale 70% al 59% nel 2070 per i dipendenti privati e una diminuzione dal 55% a un modesto 47% per i lavoratori autonomi», spiega Andrea Rocchetti, global head dell'investment advisory di Moneyfarm.
Questo significa che, in assenza di una pianificazione adeguata, chi andrà in pensione rischia di vedere il proprio reddito ridursi fino a quasi la metà ed essere costretto a fare sacrifici in termini di stile di vita. «Tuttavia», prosegue Rocchetti, «scegliendo di investire in pensione integrativa e prendendo iniziativa tempestivamente, è possibile, con la giusta strategia, raggiungere quasi l'equivalente del proprio reddito attuale, assicurandosi un futuro più sereno e senza rinunce». È questo il tema dell'indagine Obiettivo 90, in cui Moneyfarm esplora le soluzioni per garantirsi, una volta in pensione, risorse complessive date dalla somma di pensione pubblica e integrativa vicine al 90% del reddito attuale. E l'obiettivo della pensione al 90% non è così difficile da raggiungere con i fondi di previdenza complementare grazie proprio all'utilizzo del tfr, come dimostra l'analisi di Moneyfarm.
Il punto di partenza: quando e quanto. I profili considerati dall'indagine sono otto: dipendenti e autonomi di 30, 40, 50 e 60 anni, che hanno iniziato a lavorare all'età di 25 anni, con un reddito mensile netto rispettivamente di 2 mila, 2.500, 3.000 e 3.500 euro. Per gli otto profili considerati, il momento della pensione si colloca, in uno scenario medio di crescita dell'attesa di vita, tra i 65 anni e 1 mese e i 67 anni e 4 mesi. La differenza è dovuta al diverso sistema di requisiti: ad esempio, un cinquantenne che ha iniziato a lavorare dopo il 1996, può beneficiare del requisito di pensione anticipata contributiva, oggi pari a 64 anni di età (a patto di avere una pensione almeno pari a tre volte l'assegno sociale), mentre un sessantenne deve soddisfare il requisito di vecchiaia (oggi pari a 67 anni di età). Entrambi i requisiti vanno incrementati per l'attesa di vita. Il tasso di sostituzione netto attuale, pari al rapporto tra la pensione netta e il reddito netto da lavoro, oscilla invece tra il 56% di un cinquantenne lavoratore autonomo e l'81% di un sessantenne dipendente (si veda tabella)
Giocare d'anticipo paga. Ma quali sono gli strumenti per poter portare il tasso di sostituzione al 90% grazie alla previdenza integrativa? «Il primo strumento da considerare è il tempo: prima ci si inizia a porre l'obiettivo di raggiungere il 90% del proprio reddito da lavoro attraverso la previdenza pubblica e quella integrativa, minore sarà l'esborso da sostenere in proporzione al proprio reddito», avverte Rocchetti. Ad un trentenne dipendente sarebbe sufficiente investire in previdenza integrativa il 9% del suo stipendio, mentre un sessantenne autonomo dovrebbe ipoteticamente investire il 72% del proprio reddito in una linea a rischio medio, ovvero 50% obbligazionaria e 50% azionaria (si veda tabella). «L'elaborazione», segnala Rocchetti, «conferma il valore del tempo, che può aiutare a raggiungere i propri obiettivi, ma non è l'unico strumento utile».
Sfruttare il potenziale dei mercati. La seconda variabile da considerare è il profilo di rischio: l'esborso da sostenere per raggiungere l'obiettivo 90% varia anche a seconda della linea di investimento scelta (si veda tabella). Nelle elaborazioni viene considerato, accanto al profilo di rischio medio, citato sopra, anche un portafoglio a rischio basso (100% obbligazionario governativo europeo) e uno alto (100% azionario globale). La percentuale di reddito da investire in previdenza integrativa per arrivare alla meta del 90% può essere compresa tra il 4% di un trentenne che sceglie una linea ad alto rischio fino al 77% di un cinquantenne che opta per un investimento a basso rischio.
Questo perché «i mercati azionari tendono a dare il massimo nel lungo periodo, facendo ampliare il divario tra investimenti a basso ed alto rischio. La percentuale di rischio adottata può fare la vera differenza in termini di percentuale di reddito investito», avverte Rocchetti, senza dimenticare che più si inizia tardi a contribuire al fondo pensione maggiore sarà la quota di stipendio da versare per arrivare al 90%.
Il valore del beneficio fiscale. Quando si parla di risparmio previdenziale, ogni vantaggio conta e la tassazione per i fondi pensione può dare una marcia in più. «Il beneficio fiscale rappresenta una leva importante che, se utilizzata strategicamente, può alleggerire l'impegno finanziario nel tempo e rendere il percorso verso la pensione più sostenibile», prosegue Rocchetti. I contributi volontari nei fondi pensione sono difatti deducibili fino a un massimo di 5.164,57 euro all'anno, con un vantaggio che cresce all'aumentare del reddito e dell'aliquota Irpef.
Ma quanto potrebbe ridursi il versamento necessario se questo vantaggio fiscale venisse reinvestito nel fondo pensione? Il risparmio oscilla tra il 7% di un lavoratore autonomo sessantenne e il 35% dei lavoratori trentenni. Questo sconto fiscale offre vantaggi a tutte le età, con un impatto percentuale maggiore per i più giovani. Per esempio, un trentenne dipendente, con un profilo di rischio medio, dovrebbe investire il 6% del proprio reddito netto, anziché il 9%, grazie al beneficio fiscale; un lavoratore autonomo di 40 anni, invece, potrebbe ridurre il contributo al 16%, rispetto al 23%.
Il jolly del tfr. «Il tfr per molti è semplicemente un bonus che si incassa a fine carriera, ma si tratta di una risorsa chiave che, con la giusta strategia, può dare vantaggi in termini pianificazione finanziaria. È vero, lasciare il tfr in azienda non comporta costi, ma trasferendolo in una forma di previdenza integrativa si ridurrebbe la parte del proprio reddito netto da destinare a questo strumento per raggiungere il traguardo del 90%», sottolinea Rocchetti. Anche in questo caso, l'effetto varia in base al tempo che manca alla pensione: per un trentenne basterebbe investire un ulteriore 1% della propria retribuzione (il tfr potrebbe quasi coprire l'obiettivo del 90%), mentre per un cinquantenne o sessantenne sarebbe necessario arrivare al 21% (si veda tabella). «L'aiuto del tfr è tangibile e per questo motivo va sfruttato, può ridurre l'investimento aggiuntivo necessario tra il 29% di un sessantenne e il 92% di un trentenne», evidenzia Rocchetti.
La normativa in vigore prevede che il lavoratore dipendente del settore privato disponga di diverse opzioni riguardo alla destinazione delle quote di tfr in caso di nuova assunzione: versarlo a una forma di previdenza complementare con modalità tacita (il tfr in questo caso confluisce per silenzio-assenso automaticamente al comparto previsto dal contratto collettivo di lavoro) o esplicita. In quest'ultima ipotesi il lavoratore può decidere di dare il proprio tfr alla forma previdenziale da lui stesso scelta investendo, anche una quota di contribuzione aggiuntiva (propria ed eventualmente del datore di lavoro) che sarà interamente deducibile dal reddito complessivo, come accennato, entro la soglia annua di 5.164,57 euro. La terza ipotesi prevede che il dipendente possa mantenere il tfr in azienda con modalità esplicita (resta presso l'azienda nel caso quest'ultima abbia meno di 50 dipendenti in caso contrario confluisce al fondo di tesoreria presso l'Inps). La scelta di aderire alla previdenza complementare è irrevocabile, mentre quella di lasciare il tfr in azienda può in ogni momento essere modificata. In azienda il tfr si rivaluta di un 1,5% fisso l'anno più il 75% dell'inflazione Istat, mentre se versato ai fondi pensione il suo rendimento dipende dalle scelte del gestore in funzione dell'andamento dei mercati finanziari. Il flusso complessivo di tfr, in base ai dati Covid, che nel 2023 è stato generato nel sistema produttivo può essere stimato in circa 31,3 miliardi di euro; di questi, 17,3 miliardi sono rimasti accantonati presso le aziende, 7,8 miliardi versati alle forme di previdenza complementare e 6,1 miliardi destinati al fondo di tesoreria. Dall'avvio della riforma del tfr (ovvero da quando è stata data la possibilità di aderire ai fondi pensione con il tfr) nel 2007, su 438 miliardi di tfr, 241,9 miliardi (il 55,3%) sono rimasti in azienda; 98,5 miliardi (il 22,5 %) sono confluiti nel fondo di tesoreria. La parte destinata alla previdenza complementare è stata di 97,3 miliardi, il 22,2%.
Il percorso verso il 90% dello stipendio in pensione. In sintesi, per un lavoratore dipendente di 30 anni, l'investimento necessario può variare dall'1% del reddito (se conferisse il tfr in una linea di rischio media) al 12% senza tfr, in una linea a basso rischio. A 40 anni, le percentuali salgono tra il 5% e il 17%, mentre per i dipendenti di 50 e 60 anni l'investimento richiesto oscilla tra il 21% e il 33% del reddito.
La situazione per i lavoratori autonomi, che possono contare su una pensione pubblica più contenuta e non hanno il tfr, è diversa: un trentenne dovrebbe investire tra il 6% e il 17% del proprio reddito, mentre un quarantenne tra il 14% e il 28%.
Per chi ha tra 50 e 60 anni, le cifre diventano più impegnative, con percentuali tra il 40% e il 77% della retribuzione. «La previdenza integrativa è un viaggio che può partire a qualsiasi età, ma il traguardo dipende da quando si comincia, dalla strategia di investimento adottata, dall'ottimizzazione dei benefici fiscali e dal modo in cui si sfrutta il tfr», avverte Rocchetti. (riproduzione riservata)