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Economia italiana, c'è il rischio che la crescita del Pil nel 2023 e nel 2024 vada peggio delle attese. Lo si intuisce da tre fattori, ecco quali
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Economia italiana, c'è il rischio che la crescita del Pil nel 2023 e nel 2024 vada peggio delle attese. Lo si intuisce da tre fattori, ecco quali

di Roberto Race
16 agosto 2023, 13:37 Ultimo aggiornamento: 14:09

Per Roberto Race (Competere.eu) si ammassano nubi all’orizzonte sulla dinamica economica italiana, ancora non colte dai previsori. Tre i segnali che indicano un forte rallentamento. Se ciò si verificherà, sarà fondamentale valutare quali saranno le implicazioni per la Nadef e la legge di bilancio | Pil, parla Carlo Cottarelli: la frenata del secondo trimestre non pregiudica gli obiettivi del Def. Economia più forte della stretta Bce

C'è il rischio che la crescita del Pil italiano nel 2023 e nel 2024 vada peggio delle attese. L’avvertimento arriva da Roberto Race, il segretario generale di Competere.Eu, secondo il quale nel 2023 cominciano a manifestarsi i primi segnali di scricchiolio della tenuta economica dell’Italia, per il convergere di una serie di fattori, tra tutti credit crunch e inflazione, il cui impatto produrrà effetti negativi anche nel 2024, tanto da poter portare a una revisione al ribasso delle stime di crescita del Pil, diversamente da quanto avvenuto negli anni passati.

Per il Governo ciò potrebbe tradursi in minori risorse da destinare a famiglie in difficoltà o nella necessità di aumentare le entrate fiscali, prevede Race. Ciò avverrebbe in un contesto europeo nel quale sono elevati i rischi di un ritorno alle vecchie regole del patto di stabilità a partire dal 2024. «Un rischio che deve essere scongiurato e che richiede un deciso intervento del Governo italiano in Europa per definire regole più in linea con le necessità che i tempi attuali, diversi dal passato, richiedono», spiega Race, accende i riflettori sulle analisi dei previsori.

C'è il rischio che la crescita del Pil dell’Italia vada peggio delle attese

Molti di loro, nazionali ed esteri, grazie alla buona e inattesa performance del Bel Paese sono stati costretti a rivedere continuamente al rialzo i tassi di crescita del Pil italiano: basti citare il caso del Fondo Monetario Internazionale che nell’ottobre scorso aveva previsto un calo del Pil dello 0,2% per il 2023 e, nell’ultima release, ha stimato un incremento dell’1,1% per quest’anno e dello 0,9% per il 2024. Sono valori in linea con quelle degli altri principali previsori: l’Istat prevede, rispettivamente, +1,2% e +1,1%, Banca d’Italia 1,3% e 1%, l’Ocse +1,2% e +1%, l’Upb +1% e +1,1% e il Governo +1% e +1,5% nel Def. Race si chiede se siano stime credibili. «Ci sono molti segnali che alzano i livelli di allarme e preannunciano consistenti rischi al ribasso, ma che non sono ancora colti dai principali osservatori. Secondo l’Istat, nel secondo trimestre il Pil italiano è diminuito dello 0,3% sul primo, andando peggio delle attese di tutti i previsori. Ciò ha portato la crescita acquisita (cioè quella che si avrebbe se il Pil ristagnasse nei successivi due trimestri dell’anno) allo 0,8%. Raggiungere variazioni superiori all’1% significherebbe dover crescere nella seconda parte dell’anno», osserva il segretario generale di Competere.Eu, secondo il quale diversi fattori presagiscono un peggioramento, non un miglioramento.


 

Il rischio di credit crunch

Il rischio più grave all'orizzonte - sostiene Race - è quello del credito: i tassi ai quali oggi si possono ottenere finanziamenti sia per famiglie sia per imprese sono ai massimi degli ultimi dieci anni. Ciò si sta già riflettendo in un calo della domanda dei prestiti che è particolarmente marcato per le imprese, le quali stanno rinviando le decisioni di investimento anche in considerazione del fatto che si attendono un rientro dei tassi su valori più bassi nel giro di uno-due anni. Lo stesso sta accadendo per le famiglie: la variazione annua dei prestiti è quasi azzerata e ciò incide soprattutto sui beni durevoli (rinvio degli acquisti di case, per esempio), con ricadute significative anche sul settore delle costruzioni che risente del calo delle compravendite immobiliari. Il credit crunch è acuito dalla richiesta di maggiori garanzie da parte delle banche che, adesso, sostengono solamente le imprese più solide, per limitare i rischi.
 

L’inflazione rallenta, ma resta elevata

L’inflazione sta decelerando, la dinamica annua dei prezzi al consumo si è infatti quasi dimezzata dai picchi di fine 2022, ma resta ancora elevata. In un contesto di andamento basso delle retribuzioni, ciò riduce il potere d’acquisto delle famiglie - in particolare di quelle meno abbienti - e intacca i consumi che non vengono più sostenuti dal risparmio accumulato durante la pandemia, ormai quasi esaurito.

 

Il crollo dell’import e le recenti dinamiche del turismo

La caduta dell’import negli ultimi mesi, aggiunge il segretario generale di Competere.Eu, rilevata dall’Istat nei giorni scorsi, riflette la bassa dinamica della domanda interna ed è un segnale da non sottovalutare. Anche sul turismo c’è un dibattito molto acceso. «Le statistiche disponibili mostrano che la spinta del turismo sta gradualmente venendo meno ed è mantenuta prevalentemente dalla spesa dei viaggiatori stranieri. Le famiglie italiane anche per la combinazione di inflazione e tassi elevati, hanno ridotto la spesa e la durata media dei soggiorni turistici», osserva Race.

Comunque, ci sono anche alcuni fattori positivi che potrebbero contribuire a limitare l’effetto recessivo derivante da credit crunch e inflazione: il mercato del lavoro sta mostrando una buona tenuta e la decelerazione della dinamica annua dei prezzi se associata a un graduale rinnovo dei contratti collettivi (circa il 50% dei lavoratori ha un contratto scaduto) porterebbe a un recupero del potere d’acquisto delle famiglie liberando spazio per i consumi. Inoltre, il rispetto della tabella di marcia prevista dal Pnrr aiuterebbe a sostenere gli investimenti, ma su questo fronte ci sono diverse perplessità e sono possibili alcune revisioni che potranno ridurre la portata dell’impatto economico del Piano. Tutto ciò si inserisce in un quadro di incertezza globale, dovuta a tensioni geopolitiche non legate esclusivamente al conflitto russo-ucraino, ma che include anche il deterioramento delle relazioni commerciali tra Usa e Cina. Il Dragone, continua Race, mostra segnali di cedimento dovuti anche alla crisi del settore immobiliare. Ciò avrà impatti negativi sul commercio internazionale e, di conseguenza, sulla domanda estera italiana. La combinazione di questi fattori, verosimilmente avrà un impatto netto negativo in grado di frenare la crescita dell’economia italiana, ma potrebbe anche generare una temporanea recessione.

«Molti previsori non hanno ancora incluso nelle loro stime tale probabile rallentamento. Ma dovranno tenerne conto, e allora si verificherà un graduale “ritorno alla realtà” che porterà non solo a rivedere la dinamica della crescita del Pil italiano del 2023 ma anche, e soprattutto, del 2024», sintetizza Race, convinto che i fattori elencati tenderanno a dispiegare pienamente i loro effetti nella seconda parte del 2023 e ciò porterà, aritmeticamente, a un’eredità bassa - se non negativa - trasmessa all’andamento del Pil nel 2024.
 

L'urgenza della revisione del Patto di stabilità

Raggiungere una crescita superiore all’1% quest’anno e il prossimo sarà, dunque, molto difficile. Le implicazioni saranno rilevanti soprattutto per il debito e il deficit pubblici.
Quando il Governo dovrà iniziare a lavorare alla Nadef e poi alla legge di bilancio, dovrà rivedere ampiamente le precedenti stime, con evidenti ricadute sulle politiche fiscali, in un contesto che potrebbe divenire ulteriormente più sfidante se nel 2024 – se non si raggiungerà un accordo in Europa - torneranno in vigore le vecchie regole del Patto di Stabilità che limiteranno al 3% la soglia del deficit in rapporto al Pil. «È necessario dunque», conclude Race, «un bagno di realismo sin da ora e da parte di tutti, prima che una doccia fredda e inaspettata faccia saltare i programmi». (riproduzione riservata)



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