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Deepfake e crisi della verità, se la bugia batte il reale la democrazia va in crisi
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Deepfake e crisi della verità, se la bugia batte il reale la democrazia va in crisi

di Guido Scorza
Milano Finanza - Numero 133 pag. 22 del 06/07/2024

«Una bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni», diceva Winston Churchill. E non aveva visto né Internet, né le intelligenze artificiali generative che oggi consentono a chiunque di generare deepfake, ovvero contenuti falsi sostanzialmente indistinguibili da quelli veri e di diffonderli, in tempo reale, nel mondo intero.

Gli allarmi – solo gli ultimi in ordine di tempo – lanciati nei giorni scorsi prima dal Quirinale e poi dalla Banca d'Italia rispetto al diffondersi del fenomeno dei deepfakes la dicono lunga sulla gravità del rischio che stiamo correndo che, a ben vedere, forse, non è neppure quello che preoccupava Churchill ovvero che, tanto rapidamente, in tanti, prendano per vera una bugia ma il suo contrario ovvero che si smetta di credere alla verità considerandola una bugia.

Perché se tutto è verosimile e il confine tra bugia e verità diventa così sottile, allora tutto può essere egualmente vero o falso.

Si profila, insomma, all'orizzonte una crisi della verità che è crisi della società, dei mercati e delle democrazie, perché senza la prima non c'è spazio per sostenibilità economica e politica nei secondi.

E non serve spiegare che una notizia falsa contrabbandata per vera, specie nell'era dell'informazione mordi e fuggi alla quale il nuovo ecosistema mediatico ci ha assuefatti, possa produrre conseguenze disastrose nelle cose delle persone, dei mercati, delle democrazie e della geopolitica.

Cosa fare? Le strade che la regolamentazione – anche in Europa – ha già iniziato a battere sono fondamentalmente due: la prima è imporre una marcatura dei contenuti generati attraverso l'intelligenza artificiale generativa e la seconda chiedere alle piattaforme digitali di aiutarci a valutare l'attendibilità di tali contenuti.

Esercizi certamente utili ma non salvifici. Il primo – sul quale, ad esempio, scommette l'AI Act - ha un limite importante perché una cosa è distinguere i contenuti generati anche grazie all'intelligenza artificiale da quelli che non lo sono e una cosa completamente diversa e più complessa di diversi ordini di grandezza e distinguere il vero dal falso.

Perché l'equazione secondo la quale un contenuto generato grazie al contributo dell'intelligenza artificiale è un deepfake o, anche, semplicemente, è più probabile che lo sia è un'equazione imperfetta già oggi e destinata a diventare ancora meno attendibile domani in maniera direttamente proporzionale al diffondersi di soluzioni di generazione artificiale di contenuti in ogni ambito dell'industria dell'informazione.

Artificiale, insomma, non significa falso già oggi e lo significherà sempre meno domani.

Anzi, probabilmente, verrà un giorno nel quale, specie in alcuni settori, sarà più raro – se non impossibile – imbattersi in contenuti generati senza il ricorso all'intelligenza artificiale che non il contrario.

Il secondo esercizio - che rappresenta una delle scommesse del Digital service act – ovvero imporre ai gestori delle piattaforme di sviluppare e offrire strumenti per la valutazione dell'attendibilità dei contenuti intermediati, pur risultando teoricamente più utile e più efficace presta il fianco a un'obiezione importante e da non sottovalutare: anche se mossi dalle migliori intenzioni rischiamo di istituire degli autentici tribunali privati della verità affidando a soggetti più ligi alle regole del profitto che a quelle delle nostre Carte Costituzionali il ruolo di arbitri dell'informazione, pietra angolare delle nostre democrazie.

E contraddistinguere come poco affidabile perché a rischio deepfake una notizia anziché un'altra può produrre, in termini democratici e di mercato, conseguenze almeno analoghe a quelle che può produrre la circolazione di una notizia falsa.

D'altra parte, il problema non è nuovo perché è almeno analogo a quello con il quale ci si confronta da anni nel tentativo di contrastare le fakenews nel cui ambito i deepkakes sono solo l'ultima e più pericolosa freccia nella faretra dei seminatori di disinformazione.

Ma, sfortunatamente, anche gli esercizi di contrasto alle fakenews non hanno sin qui condotto all'identificazione di soluzioni salvifiche.

E allora? Cosa fare a non volersi rassegnare? Una possibile risposta è quella che nessun governante al mondo ama sentire: bisogna investire – ma investire per davvero – nell'educazione ai media e nel consumo critico di informazione.

Bisogna raccontare agli utenti che il digitale ci dischiude opportunità informative delle quali l'umanità non ha mai disposto ma che nei grandi numeri la verità e la falsità possono essere presenti in eguale misura e la forma con la quale un contenuto ci si presenta non vale più – ammesso che sia mai valso per davvero – a distinguere ciò che è affidabile da ciò che non lo è.

E, però, quelle stesse tecnologie che ci propongono il falso per vero, spingendoci talvolta a sospettare che il vero sia falso, ci offrono anche una serie infinita di strumenti di fruizione critica dei contenuti, di verifica incrociata delle fonti, di approfondimento.

L'educazione è l'alleata migliore che abbiamo contro ogni forma di disinformazione: educhiamo le persone al valore dell'informazione e alla sua centralità nella nostra vita e le spingeremo a dedicare più tempo e attenzione nella fruizione e ricondivisione di certi contenuti, rendendo sempre più dura la vita ai contrabbandieri di false verità.

Certo farlo costa tanto, non produce risultati immediati e, anzi, rischio di consegnare la raccolta dei primi successi a chi viene dopo il Governante che avesse avuto il coraggio di investire nell'impresa.

Ma non sembrano esserci scorciatoie e non esiste niente di più prezioso di un'informazione vera e attendile.

*Componente Autorità Privacy



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