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Claudio Descalzi, ad di Eni
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Eni, dal Gnl Usa alla joint venture con Petronas. Così rilancia la sua presenza globale

18 luglio 2025, 20:15 Ultimo aggiornamento: 19 luglio 2025, 09:46

Il ceo Claudio Descalzi difende le attività del gruppo sul fronte del gas, perché le sole rinnovabili non bastano. La formula è giocare su più fronti, come il Cane a sei zampe sta facendo con le sue società satellite

«Basta slogan e superficialità. Il realismo è la vera energia della transizione. Ci colpevolizzano perché portiamo il gas, ma le rinnovabili non bastano. La formula è diversificare, come abbiamo fatto con le tecnologie delle nostre società satellite, che oggi ci permettono di crescere senza incentivi, anche se il prezzo del petrolio scende. Dobbiamo decarbonizzare, ma l’Italia non può permettersi di ignorare la realtà». Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, è intervenuto sul futuro dell’energia, e della azienda, al «Sustainable Future Energy Summit» di ClassCNBC. Lo ha fatto nella settimana in cui la società ha annunciato il suo primo accordo di fornitura a lungo termine di Gnl dagli Stati Uniti con Venture Global – 2 milioni di tonnellate all’anno per vent’anni, dalla Louisiana all’Europa. Ma ora Eni punta sull’Asia, ha detto Descalzi, «dove con Petronas abbiamo lanciato il piu’ importante progetto della storia».

Domanda. Descalzi, tra guerre, speculazione e climate change, leggere il mercato dell’energia è sempre più difficile. Cosa sta succedendo?

Risposta. I trend sono molto cambiati. Il prezzo dell’energia reagisce agli eventi in maniera completamente diversa. Quando Trump ha deciso di attaccare l’Iran, mentre i missili partivano il prezzo del petrolio scendeva del 4%. Quando sono arrivati è sceso del 7%. Le guerre non muovono più i prezzi come un tempo: oggi pesa più una variazione nei dazi che un attacco militare. Questo perché il barile fisico conta meno del “barile di carta”. Il rapporto è di uno a sei. Oggi i più bravi a leggere il mercato sono i trader, e quello che conta di più è la domanda, che nel breve termine ha un impatto superiore a qualunque annuncio, anche a quelli dell’Opec.

D. I prezzi di gas e petrolio scontano una economia mondiale in frenata, e una domanda più debole. Sarà cosi anche nella seconda parte dell’anno?

R. Nei primi sei mesi, in Europa è cresciuto il consumo di gas. Ilgas è necessario, e lo sarà sempre di più per l’elettrificazione, dell’intelligenza artificiale, e dei data center. L’Europa se n’è accorta con la guerra in Ucraina. Questi quattro anni hanno dimostrato che il Gnl avrà un ruolo sempre più importante. Di certo dobbiamo ridurre le emissioni di metano, e puntare sulle tecnologie di decarbonizzazione. Noi lavoriamo per la sicurezza energetica, ma viviamo questa contraddizione: alle compagnie prima si chiede di portare il gas, poi siamo colpevolizzati perché il fossile è inquinante.

D. Su questo non ci sono dubbi...

R. Certo. Ma se pensiamo che non abbiamo bisogno di gas, non abbiamo bisogno di petrolio, non abbiamo bisogno di nulla se non di energia rinnovabile, andremo verso una società più povera, e a tensioni sociali. È un rischio ancora maggiore. Quindi ci vuole un bagno di realismo. Dobbiamo pensare che le energie sono additive, e non sostitutive d’emblée. Poi, piano piano, le energie più pulite, più efficienti, che riescono a costare meno, sostituiranno le altre energie che inquinano di più.

D. E gli obiettivi della transizione?

R. Si stanno allontanando. L’Europa ha mille altri impegni: guerre, spese per la difesa, margini di bilancio ridottissimi. E la transizione costa, perché’ ha bisogno di incentivi. Servono business di transizione che stiano in piedi da soli. Noi ci siamo focalizzati su questo: usare bene il capitale, l’efficienza fiscale è oggi la priorità politica.

D. Quindi, su quali tecnologie investirete di più nei prossimi anni?

R. Per Eni la diversificazione è stata necessaria. Abbiamo fatto di necessità virtù, investendo tantissimo in nuove tecnologie: biocarburanti, cattura della CO2, rinnovabili, fusione. Abbiamo creato sette centri di ricerca connessi a 70 grandi università nel mondo. È così che abbiamo creato valore, riducendo la dipendenza dalla volatilità del petrolio e creando stabilità industriale.

D. È questa la logica dei vostri satelliti?

R. Esatto. Abbiamo estratto dal perimetro di Eni business con multipli più alti – rinnovabili, biocarburanti, Ccs – e li abbiamo resi indipendenti. Sono aziende che crescono, ma generano anche cassa, grazie ai clienti: stazioni di servizio, retail. I fondi non cercano più solo crescita, ma anche cash flow. Plenitudine ed Enilive offrono questo. In un anno e mezzo abbiamo raccolto 6,3 miliardi, che ci hanno permesso di investire nella transizione senza bisogno di incentivi. Oggi valgono 22 miliardi, e fanno un miliardo di ebitda ciascuna. Ccus (Carbo Capture Utilization and Storage ) è l'ultima novità, l'ultimo satellite, e ha le stesse caratteristiche ( secondo Bloomberg, sarebbe stata valorizzata nel suo perimetro attuale un miliardo nel negoziato con Blackrock, che punta al 49% della holding, ndr ).

D. Le porterete in borsa?

R. Quando saranno mature, e con multipli simili a quelli riconosciuti dai fondi. Vogliamo consolidarle, passare da 2 a 5 miliardi di ebitda entro il 2030. Solo allora si potrà fare una quotazione seria.

D. Con Petronas avete appena firmato una joint venture storica. Sarà in Asia il futuro di Eni?

R. Con Petronas abbiamo unito risorse upstream in Malesia e Indonesia. È il più grande e importante progetto per il nostro futuro, e anche la nostra iniziativa più ambiziosa in Asia. Fino a dieci anni fa non c’eravamo, oggi siamo uno dei più importanti operatori. Lo siamo diventati partendo dalla esplorazione. In Indonesia abbiamo avuto un successo incredibile. Abbiamo trovato miliardi e miliardi di barili equivalenti di gas. La Jv parte con 300.000 barili al giorno, e saliremo a 500.000. Abbiamo già 3 miliardi di riserve provate e 10 miliardi di riserve esplorative. Una cosa immensa, che ha già suscitato interesse dei giapponesi per una quota di minoranza. Questo perché’ in Asia c’è domanda, mercato e bisogno di sostituire il carbone. Ma l’accordo ha anche un valore geopolitico: unire due paesi come Malesia e Indonesia con l’energia, dà stabilità e protegge gli investimenti, come e ‘avvenuto tra Egitto e Cipro.

D. Il tema del nostro “Sustainable Future Energy Summit” è : “Diamoci una scossa”. Che scossa servirebbe all’Italia dell’energia?

R. Innanzitutto servono lungimiranza e profondità di pensiero. Pochi slogan, e poca superficialità. La scossa parte dalla materia prima, e dalla diversificazione. Serve un mix energetico diverso. L’Italia ha il 40% di gas ma niente nucleare, e neanche carbone, che oggi la Germania sta usando perché costa meno. Non possiamo basarci solo sul solare e l’eolico. Serve aprire rapidamente al nucleare di nuova generazione. Il paese avrà sempre bisogno di importare. Il Governo ha fatto passi importanti in questa direzione. E poi ci sono il meccanismo di «Energy Release» e gli accordi di lungo termine Ppa (Power Purchase Agreement) che potranno dare un aiuto importante all’industria. Ma serve anche investire sulla rete: l’Olanda, per esempio, ha migliaia di connessioni bloccate perché la rete non regge.

D. E i conti di Eni? Soddisfatto del primo semestre?

R. Nella prima parte dell’anno siamo stati molto stabili. A febbraio avevo promesso un aumento del dividendo di circa il 5% e un buyback da 1,5 miliardi. Lo confermo. Sono un floor quasi indipendente dal prezzo del petrolio. Grazie ai satelliti siamo resilienti anche se il prezzo scende da 70 a 65, o a 60. A darci stabilità è anche la riduzione della leva finanziaria, che da oltre il 23% e’ scesa sotto il 15%. Quella dei satelliti è una business combination industriale, ma anche economico-finanziaria, perché si basa sul loro cash flow e sul loro dividendo. Stiamo dando una grande stabilità in un mare che è assolutamente agitato. Per il futuro di Eni sono realista e ottimista. (riproduzione riservata)



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