Non solo auto elettriche, nel maxi elenco di prodotti cinesi su cui gli Stati Uniti hanno deciso di alzare i dazi compaiono anche batterie, acciaio, alluminio, pannelli e celle solari e non da meno prodotti medici. «Le pratiche commerciali sleali della Cina sul trasferimento di prodotti tecnologici e d’innovazione stanno minacciando imprese e lavoratori americani», si legge nella nota della Casa Bianca del 14 maggio. L’accusa di Stati Uniti, e anche dell’Europa, è che Pechino stia continuando a mettere in campo pratiche di dumping (esportazione a basso costo), il che spinge l’amministrazione americana a fornire una risposta nel tentativo di «contrastare i danni che ne derivano». In concreto, secondo la Casa Bianca le aliquote andranno ad intaccare 18 miliardi di dollari di importazioni cinesi.
La guerra si gioca soprattutto sulle auto elettrice. L’amministrazione Biden ha annunciato che quadruplicherà le tariffe sulle importazioni dei veicoli elettrici cinesi passando dal 25% al 100% nel 2024. Se a questa percentuale si aggiungere l’aliquota generale esistente sull’importazione delle automobili negli Stati Uniti che è pari al 2,5%, ecco che la la variazione totale passa dal 27,5% con dazi effettivi sulle importazioni cinesi negli Usa al 102,5%.
Le esportazioni cinesi di veicoli elettrici sono cresciute del 70% tra il 2022 e il 2023, «mettendo a repentaglio gli investimenti produttivi altrove» secondo la Casa Bianca. Per questo «un’aliquota tariffaria del 100% sui veicoli elettrici proteggerà i produttori americani dalle pratiche commerciali sleali della Cina».
«La Cina sta usando i soliti trucchi di prima per spingere la sua crescita a scapito degli altri continuando ad investire nonostante l’eccessiva produzione cinese e inondando il mercato di esportazioni sottoprezzo a causa di pratiche inique», ha affermato Lael Brainard, consigliera economica della Casa Bianca. Mentre Pechino da parte sua continua a definire «infondate» le accuse di Washington, che viene a sua volta accusata di voler impedire la competizione globale.
Oltre alle auto elettriche il terreno di scontro include anche prodotti come i semiconduttori su cui le tariffe passeranno dal 25% al 50% entro il 2025. La mossa, insieme al Chip and Science Act, aiuterà il presidente Biden che sta investendo quasi 53 miliardi di dollari nella capacità produttiva americana di semiconduttori, nella ricerca, nell’innovazione cercando di colmare decenni di disinvestimenti e delocalizzazione che hanno ridotto la capacità degli Stati Uniti. Aliquote più alte anche sulle batterie a litio (dal 7,5% al 25% nel 2024), mentre l’aliquota sulle batterie a litio per veicoli non elettrici aumenterà dal 7,5% nel 2025 e poi al 25% nel 2026. Aumento al 24% quest’anno anche per l’acciaio e l’alluminio, mentre la tariffa sulle celle solari aumenterà dal 25% al 50% nel 2024. Su anche i dazi sui prodotti medici che passano da 0 al 50%. Per alcuni dispositivi di protezione individuale, compresi alcuni respiratori e maschere, le aliquote aumenteranno dallo 0 - 7,5% al 25%, così come per i guanti medici e chirurgici in gomma che aumenteranno dal 7,5% al 25% entro il 2026.
Ora la grande domanda per gli investitori nel settore automobilistico europeo, e non solo, è cosa farà l’Unione Europea in seguito alla sua inchiesta sui sussidi cinesi alle case automobilistiche locali. In ogni caso, sarà una decisione difficile e i mercati dovrebbero prepararsi a un percorso accidentato.
A fare le spese del potenziale innalzamento dei dazi tra il Vecchio continente e Pechino sarebbero nomi come Campari, Rémi Cointreau, Lvmh, Prada, Bmw e Mercedes. Tre comparti - quelli di auto, moda e alcolici - che vantano una capitalizzazione di mercato di 130 miliardi (gli alcolici), 680 e 390 miliardi (lusso e automotive) e che restano legati a doppia mandata alla Cina. Una dipendenza che una trade war potrebbe addirittura stravolgere, sostengono gli esperti. Il terreno di scontro su cui si potrebbe combattere la possibile guerra commerciale tra Cina e Occidente vale circa 1.200 miliardi di capitalizzazione di mercato in Europa. Secondo il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, «è inevitabile che anche l’Europa dovrà tutelare la produzione da fenomeni di concorrenza sleale». «Sono convinto», ha detto Urso, «il prossimo Parlamento e la Commissione dovrà necessariamente andare su questa strada», allineandosi a quanto fatto dagli Usa «per contrastare l'egemonia della Cina». (riproduzione riservata)