L’andamento dei prezzi e le conseguenze sui consumi hanno condizionato anche il settore della tv in streaming, che nel 2020 sembrava destinata a monopolizzare rapidamente il mercato televisivo.
E così lo scenario è diventato "più competitivo, più complicato e, se possibile, ancora più agguerrito”. Queste le parole con cui il presidente di Auditel, Andrea Imperiali, ha dato inizio alla presentazione al Parlamento della Relazione “Globalizzazione, mercato, sistemi di misurazione: il ruolo nel nuovo contesto mediatico dei JIC” (Joint Industry Committee, ovvero l’organismo di controllo incrociato che riunisce tutte le componenti del mercato televisivo come Auditel ndr).
A spingere la “tv fuori dalla tv” è la sempre maggior connessione. In particolare in Italia, l'estensione della copertura broadband è arrivata ad interessare il 90% delle famiglie e ciò ha generato un boom degli schermi connessi che sono passati, negli ultimi 5 anni, da 70 milioni a oltre 93 milioni su un totale di circa 120 milioni di schermi complessivi presenti nelle case e nelle tasche degli italiani. A trainare questi numeri sono principalmente le Smart TV che sono cresciute del 210% passando da 5 milioni ad oltre 18 milioni di apparecchi.
Arrivano però i primi segnali di rallentamento dell’avanzata della tv in streamin, tanto da una battuta d’arresto nella corsa agli abbonamenti (in alcuni casi sono arrivate anche molte disdette) quanto dalla contrazione delle quotazioni stellari degli Over the top.
La strategia basata “sulla crescita a leva è ormai giunta al capolinea” e sono indispensabili nuove strategie per “abbassare il churn-rate e mantenere invariati i ricavi”, pur se ne derivano quattro conseguenze non irrilevanti, sottolinea Imperiali.
La prima: un drastico taglio alla produzione di contenuti originali (meno 40% nel 2022 rispetto al 2019) seguito dagli inevitabili contraccolpi sul piano occupazionale e sull'offerta di titoli.
La seconda: una stretta sulla condivisione delle credenziali di accesso degli utenti (la cosiddetta concurrency), nella speranza di trasformare in abbonati molti degli spettatori non paganti (la sola Netflix ne stima circa 100 milioni).
La terza: l'apertura delle piattaforme agli investimenti pubblicitari e l'offerta di un abbonamento base discount, laddove il consumatore accetti una impaginazione pubblicitaria che viene definita "non invasiva".
La quarta: l'avanzata di un nuovo ulteriore modello di business, il Multichannel Video Programming Distributor (MVdp), e la sua variante "virtual": una sorta di bundle "all you can eat" per i consumatori di contenuti Ott.
Leggi anche:
Nonostante queste difficoltà, lo streaming “resta il palcoscenico globale della sfida in atto fra i giganti statunitensi, che muovono tutti alla conquista dell'Europa (e dell'Asia) e, pur di acquisire quote di mercato rilevanti, adottano politiche di prezzo (e modelli di business) sempre più convergenti e competitivi, anche sotto il profilo pubblicitario".
Lancia l’allarme il numero uno dell’Auditel, aggiungendo che il timore è che il mercato “già saldamente presidiato da veri e propri oligopolisti digitali globali, possa registrare un ulteriore e preoccupante consolidamento delle posizioni dominanti”.
Una svolta “allarmante”, non solo ai fini dell'equa e corretta competizione tra soggetti globali e operatori europei, ma anche sotto il profilo della cosiddetta “democrazia digitale". L’oligopolio impatta inevitabilmente l'indipendenza e il pluralismo dei media dell'Unione, “nonchè la stessa identità culturale europea (per non parlare, naturalmente, dei rilevanti riflessi sull'occupazione a cui stiamo purtroppo gia' assistendo)", denuncia Imperiali.
Non sorprende quindi che l'Unione europea, con il Commissariato alla Concorrenza e il Regno Unito, con la Competition and Markets Authority, abbiano aperto un'indagine sul cosiddetto Jedi Blue, ossia il presunto patto tra giganti tecnologici (Google e Meta) che andrebbe proprio nella direzione di limitare ulteriormente la concorrenza nella raccolta online, dove i due principali operatori possono già contare, a livello mondiale, su una market share pari a oltre il 70% della spesa digitale globale.
Un’altra sfida da affrontare urgentemente è la lotta alla pirateria digitale. In tutti i Paesi questo fenomeno illegale continua a dilagare, al punto di spingere 108 soggetti (tra cui Mediaset, Sky e Lega Serie A) a rivolgersi alla Commissione europea affinché intervenga con urgenza. “E, in effetti, non c'è più tempo da perdere" ribadisce Imperiali.
In particolare, in Italia è stato fatto ieri, 22 marzo, un passo importante con l’approvazione da parte della Camera di un disegno di legge che ora dovrà adesso passare al Senato, ha riportato Alberto Barachini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'informazione e all'editoria. (riproduzione riservata)