L’Italia paga il peso della “tripla B”. La Francia si gode la “doppia A”. Eppure i mercati sembrano raccontare un’altra storia: oggi i capitali guardano a Roma con maggiore interesse che a Parigi e lo spread tra Btp e Oat si è praticamente azzerato. È il segnale che gli investitori non vedono un rischio maggiore nell’acquistare debito pubblico italiano, e in diversi indicatori l’Italia non solo ha ridotto il gap, ma da segnali di sorpasso. Le agenzie di rating continuano a premiare la Francia (AA- per S&P, AA3 per Moody’s, AA- per Fitch) e a penalizzare l’Italia (BBB+, BAA3, BBB), eppure il confronto sui fondamentali economici mostra un quadro in evoluzione.
Sul fronte dei conti pubblici, entrambi i Paesi registrano deficit elevati, ma con andamenti opposti: la Francia, in deterioramento dal 2022, ha chiuso il 2024 con un disavanzo vicino al 5,8% del Pil, mentre l’Italia ha adottato una gestione più rigorosa, riducendo progressivamente il deficit fino al 3,4%. La traiettoria è inoltre attesa in ulteriore miglioramento, come ha recentemente sottolineato la presidente della Bce Christine Lagarde, prospettando l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo.
Il debito pubblico resta più elevato in Italia, il 135% del Pil contro il 114% della Francia, con una spesa per interessi significativamente più pesante (3,9% contro 1,8%). Sul piano della ricchezza prodotta, invece, il divario si è chiuso: nel 2025, secondo la Commissione europea, l’Italia ha raggiunto la Francia nel Pil pro capite a parità di potere d’acquisto, colmando un gap che cinque anni prima superava il 10%.
Anche osservando gli altri indicatori macroeconomici, la distanza tra Italia e Francia appare più contenuta di quanto indichino i rating. La disoccupazione in Italia è al 6%, contro il 7,6% francese. Sul fronte fiscale, la pressione resta elevata anche in Italia a circa il 42%, ma in Francia tocca quasi il 44%, il livello più alto d’Europa, fornendo al governo Bayrou margini limitati per eventuali manovre correttive.
La produttività resta il punto debole italiano, ferma da vent’anni, mentre in Francia è cresciuta. Sul fronte dei bilanci privati, invece, l’Italia è in testa con un indebitamento pari al 100,3% del Pil contro il 205% francese, e un tasso di risparmio delle famiglie tra i più alti dell’Unione.
Milano Finanza ha interpellato alcuni tra i maggiori economisti e analisti finanziari italiani, per valutare le posizioni macroeconomiche di Italia e Francia alla luce di un possibile cambiamento del rating sul debito sovrano. Un tema che terrà banco anche al Forum The European House – Ambrosetti a Cernobbio.
Secondo Carlo Cottarelli, ex Fmi e a capo dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, «ci vorrà tempo perché le agenzie di rating rivedano le cose. Ma dipende tutto da quello che faranno il governo francese e quello italiano. Mi sembra che i due Paesi potrebbero avere più o meno lo stesso rating e spread. Quello che è certo è che il governo italiano ha dato segnale di tenerci ai conti pubblici: se sei nazionalista, non vuoi essere esposto ai rischi dei mercati internazionali. E un paese non è davvero indipendente se è succube dei mercati». «A politiche invariate», ricapitola Cottarelli, la revisione da parte delle agenzie di rating è solo «una questione di tempo, perché la posizione della Francia peggiora», anche politicamente, «e la nostra migliora».
Nessun ottimismo all’orizzonte, più pessimismo sulla Francia. Questo, in sintesi, il giudizio di Michele Boldrin, professore di economia alla Washington University in St Louis, che non concede sconti: «Italia e Francia sono in stagnazione, ma in Francia c’è tensione politica, in Italia apatia e accettazione». Nella sua analisi, entrambi i Paesi condividono gli stessi problemi strutturali: bassa crescita economica, demografia sfavorevole, spesa pubblica fuori controllo. La situazione francese mostra però un ulteriore aggravamento: «In Francia il deficit è ora peggiore che da noi e lo spread segnala difficoltà in aumento», spiega il professore, «ma i rating non cambiano frequentemente, i mercati invece sì e, se la situazione attuale dovesse proseguire, sarebbe probabile un futuro declassamento francese». A ben vedere, però, più che a un merito italiano, siamo davanti a un problema francese: «La Francia sta diventando l’Italia, non c’è dubbio».
«Il restringimento dello spread Italia-Francia avviene in un momento in cui tutti i mercati dei bond sono in tensione. L’incertezza domina sovrana, anche per motivi politici», spiega il professor Enrico Giovannini, già ministro nei governi Draghi e Letta. L’economista ricorda che lo scenario è di bassa crescita in tutto il continente, e la situazione potrebbe peggiorare quando il Next Generation Eu esaurirà i suoi effetti: «Mi aspetto che le agenzie non guardino soltanto al bilaterale Italia-Francia, ma alla condizione complessiva dei mercati europei. E per questo credo saranno estremamente prudenti».
Sui rating «continuano a pesare elementi strutturali di debolezza, come l’invecchiamento della popolazione, le transizioni verde e digitale e il rafforzamento della difesa», spiega Giovanni Sabatini, ex direttore Abi. «Sulla Francia pesa l’incertezza politica, che complica finanza pubblica e riforme». Ma per l’Italia «lo stock di debito, in valore assoluto e rispetto al Pil, rimane molto elevato».
Per Alberto Brambilla, presidente del Centro studi itinerari previdenziali, l’Italia appare meno solida di quanto sia per una contabilità discutibile e una comunicazione poco chiara: «Già la riforma Fornero era figlia di una comunicazione problematica: l’Italia riportava una spesa previdenziale di oltre il 17% del Pil contro il 12% di altri Paesi, ma noi dentro inseriamo di tutto, dalle pensioni sociali all’integrazione al minimo». Lo stesso vale per i dati su povertà e debito, che così sembrano più pesanti del reale. Sulla Francia, Brambilla osserva: «Hanno speso troppo per il quoziente familiare, vanno in pensione presto, però sanno attrarre investimenti. Da noi, invece, i gestori sono pochi e piccoli e i fondi pensione investono in economia reale domestica meno del 5% del patrimonio».
«La Francia ha una maggiore forza reddituale, una minore volatilità del reddito e una crescita potenziale di medio periodo più elevata rispetto all’Italia», spiega Loredana Federico, capo economista Italia di Unicredit. Ma con il voto di fiducia su Bayrou fissato per lunedì 8 «le attese sono per un ulteriore ampliamento dello spread Oat-Bund, nel caso di elezioni anticipate da parte di Macron (sebbene parzialmente già nei prezzi)». Per ora «è complesso immaginare una convergenza rapida dei rating: la Francia parte da fondamentali solidi che le hanno garantito un elevato merito di credito».
«Le agenzie di rating sono spesso in ritardo sui mercati, i quali sono a volte in ritardo sulla realtà», osserva Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos partners sgr. «Per quanto si cerchi di scontare il futuro, la storia pesa e pesano anche l’influenza politica e la sintonia con Francoforte e Bruxelles». Proprio qui, secondo Fugnoli, si gioca oggi la partita francese: «Se questa sintonia si incrinasse e il debito di Parigi continuasse ad avvicinarsi a quello italiano, mercati e agenzie ne prenderebbero atto. Ma non subito: c’è sempre un’inerzia».
Per Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, «il buon andamento dei conti pubblici italiani si riflette sui mercati, che hanno premiato la prudenza della politica di bilancio con una riduzione del differenziale dei tassi di interesse rispetto a Germania e Francia. Andamenti dei conti coerenti con il rispetto del Patto di stabilità e con la sostenibilità del debito sono fattori determinanti per un miglioramento della valutazione del credito sovrano». Una prospettiva supportata anche da un focus di prossima uscita dell’Upb, che mette a confronto la finanza pubblica delle principali economie europee, valori sui quali si profilano ulteriori revisioni che i mercati sembrano già anticipare. (riproduzione riservata)