Orsi Tori
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Marco Patuano lo aveva indicato prima di ogni altro. Telecom Italia deve diventare una public company, cioè una società dove non ci sono maggioranze precostituite attraverso holding o peggio patti di sindacato, ma dove le maggioranze si formano in assemblea intorno a manager e amministratori che ottengono la fiducia degli investitori, principalmente investitori istituzionali. Così è stato con l'assemblea di mercoledì 16, durata ben 11 ore, grazie a un duro lavoro preparatorio che il management, con in testa Patuano, ha svolto in questi ultimi mesi.

A suggerire questa svolta, che non ha precedenti in Italia, sono stati più fattori. 1) Il disimpegno dei grandi azionisti (Generali, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Benetton) da Telco, la holding che era stata creata per rilevare la quota di maggioranza relativa che era di Pirelli e bloccare un possibile passaggio del controllo in mani straniere per un'azienda che conservava un valore strategico per il Paese. Telco era servita a cooptare e quindi a stoppare Telefonica, il grande operatore spagnolo con presenza in larga parte del mondo. Nei mesi scorsi gli azionisti italiani hanno ridotto la loro quota in Telco a vantaggio di Telefonica e deciso il prossimo scioglimento dopo il quale il gruppo spagnolo avrà la singola quota diretta più importante, vicina al 15%. 2) Nei mesi scorsi sarebbe stato possibile che grazie a questa evoluzione Telefonica andasse oltre, diventando di fatto l'azionista di riferimento o meglio di controllo; c'erano due ostacoli su questo cammino: l'Antitrust del Brasile, dove sia Telefonica che Telecom Italia hanno una forte presenza nella telefonia mobile, al punto che in caso di controllo degli spagnoli sull'operatore italiano l'Autorità brasiliana avrebbe imposto di vendere a terzi o l'azienda di Telefonica o quella di Telecom Italia, con un risultato esattamente opposto a quello che era uno degli obiettivi degli spagnoli al momento di entrare in Telco, cioè un rafforzamento in Brasile. Il secondo impedimento all'assunzione del controllo di Telecom Italia da parte

di Telefonica era l'entità dell'investimento, molto importante e da effettuare in un momento non brillante per il settore e anche per l'operatore spagnolo.

In questo contesto, Patuano ha intravisto gli spazi per raggiungere più obiettivi: da una parte consolidare il rapporto industriale con Telefonica che ha alcune eccellenze senza farla essere dominante; dall'altra mantenere il fondamentale investimento in Brasile, che ha fortissime potenzialità di crescita e dimostrare la volontà di una gestione aperta al mercato, appunto con la strutturazione in public company, sì da riconquistare la fiducia degli investitori istituzionali.

Naturalmente, Patuano ha trovato l'appoggio in questa strategia sia di Telco che di Telefonica, ma anche di fondi di investimento di grandi dimensioni, come BlackRock, che hanno dato in concreto un segnale di assenso aumentando considerevolmente il loro investimento in Telecom Italia. Ma per attuare il progetto c'erano alcuni ostacoli da superare e alcuni amministratori chiave da individuare, a cominciare dal presidente.

L'ostacolo in apparenza più difficile era rappresentato dalla guerriglia, per così dire, dell'azionista Marco Fossati, detentore con la sua finanziaria Findim del 5% delle azioni Telecom, un investimento sicuramente avventato perché fatto proprio nel momento in cui era chiaro agli analisti che stava per cominciare una fase di declino della società, attaccata nel mobile da tre agguerriti concorrenti (Vodafone, Wind e H3g) e appesantita da un indebitamento innaturale provocato dalla decisione, non felice, della gestione di Marco Tronchetti Provera di acquistare tutte le minoranze di Tim. Fossati è il capo della famiglia che con il padre Danilo aveva fatto una grande fortuna con la Star, quella dei dadi da brodo ma non solo. Danilo Fossati era stato abilissimo a investire i guadagni che producevano i prodotti con il marchio Star; aveva valicato i confini dell'Italia con una società di analogo successo e nome quasi simile in Spagna; era entrato nel settore bancario negli Usa, lasciando ai figli un patrimonio enorme. Il capo designato del gruppo brianzolo era Luca, morto giovanissimo sulla pista di Linate con il suo aereo privato. Preso il comando del gruppo, Marco ha deciso una strategia di diversificazione e ha investito una grande liquidità in Telecom Italia, convinto di poter recitare un ruolo attivo accanto agli azionisti di Telco e di poter vedere una rapida rivalutazione dell'investimento. Invece, appunto, l'intempestività dell'investimento (già svalutato due volte) insieme alla più profonda crisi economica del Paese hanno rapidamente ridotto del 57% gli 1,2 miliardi di euro investiti.

Si può quindi comprendere che Fossati abbia preso ad agitarsi, sostenendo che Telecom Italia era gestita malissimo e sarebbe stato necessario cambiare strategia. Tutti i tentativi fatti in questo senso sono andati a vuoto, fino a quando gli azionisti italiani di Telco hanno deciso di cedere le quote a Telefonica. Il figlio del re dei dadi ha tentato di agganciare Telefonica, poi ha fatto convocare un'assemblea per far decadere il consiglio d'amministrazione e in particolare Patuano, ingaggiando una società di proxy per raccogliere deleghe dal maggior numero possibile di azionisti. Non è riuscito a scalzare Patuano, ma ha ottenuto una modifica di statuto affinché il presidente venga eletto dall'assemblea e non dal consiglio. Un assist perfetto verso la trasformazione di Telecom Italia in public company secondo gli obiettivi di Patuano (e di Telefonica per poter superare le minacce dell'Antitrust brasiliano).

In una public company il ruolo del presidente diventa decisivo, perché è il garante di una governance che faccia inequivocabilmente gli interessi di tutti gli azionisti. Telco, con il consenso di Patuano, ha fatto la scelta migliore che si potesse immaginare candidando Giuseppe Recchi, con già un'ottima esperienza come presidente di Eni e soprattutto imbevuto della cultura di una delle più grandi public company americane, essendo cresciuto all'interno di General electric dove è arrivato ad avere la responsabilità dell'Italia e del Sud-Europa non ancora cinquantenne. Un ruolo non secondario nella scelta, condivisa da tutti i fondi, l'ha avuto Gabriele Galateri, presidente di Generali, amico del concittadino torinese Recchi, e fra i migliori conoscitori delle regole di una corretta governance, essendosi esercitato come presidente di Mediobanca, della stessa Telecom e riferimento in Italia di Telefonica, come ex compagno di master alla Columbia University di César Alierta, presidente del gruppo spagnolo.

Per contro, Fossati ha tentato ancora una mossa, candidando come presidente Vito Gamberale, che di telefonia sicuramente se ne intende, essendo stato brillante amministratore delegato di Tim quando ancora era in mano allo Stato attraverso Stet. Oggi Gamberale è alla guida di un importante fondo di private equity, F2i, con investimenti anche nel settore della fibra con Metroweb. Questa partecipazione è stata immediatamente motivo di critica per la possibilità di trovarsi, come eventuale presidente di Telecom, in situazione conflittuale. Gamberale, che teneva molto a finire la carriera nelle telecomunicazioni, si è affrettato a dichiarare che si sarebbe dimesso da F2i. Ma non è stato sufficiente. Soprattutto i fondi internazionali non hanno visto in lui la persona con una cultura adatta a dirigere la governance di una public company, e infatti tutti i fondi hanno votato Recchi.

Nel tentativo di non apparire sconfitto su tutto il fronte, anche Fossati ha votato Recchi. Non è riuscito tuttavia ad avere neppure un rappresentante in consiglio d'amministrazione, pur essendo il secondo o terzo azionista della società.

Il management di Telecom esce così netto vincitore da questa assemblea, anche se alcuni hanno ritenuto più importante mettere in evidenza che per la prima volta in Italia i voti dei fondi di investimento hanno prevalso su quelli dell'ex controllore Telco. Senza tenere conto che nella logica di creare una public company è il fatto più naturale che siano tante entità che hanno investito nella società a convergere per scegliere il management. E non vi è dubbio che Patuano e i suoi collaboratori, anche sulla base del piano industriale da poco presentato, hanno ottenuto un significativo consenso proprio dai fondi.

Il piano di Patuano indica in maniera definitiva che non è più in vendita la rete, neppure in maniera parziale, e che anzi Telecom si impegnerà a sviluppare sempre più in Italia la banda larga e la fibra, anche in collaborazione con altri operatori. Rientra in questa strategia l'accordo con Sky per distribuire il bouquet via fibra e via banda larga, oltre che una potente wi-fi. Sul modello di Telefonica e soprattutto di Bt, che ha comprato i diritti della Premier league inglese proprio per dare contenuti per i quali serve la banda molto larga, e At&t, che distribuisce in usa i canali delle major, Patuano intende far leva proprio sulla tv, anche nell'area corporate, per far salire la domanda di banda larga che in Italia è bassissima.

Oltre a celebrare la nascita in Italia della prima public company, l'esito dell'assemblea di Telecom Italia segna probabilmente un punto di svolta positivo anche sul piano di un possibile sviluppo attraverso un gruppo di manager che guarda più alla concretezza dell'azione che a non fare i fenomeni.

 

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La religione delle quote rosa del presidente Matteo Renzi gli ha imposto di scegliere almeno una donna al vertice con la sola eccezione di Finmeccanica, dove il trasferimento di Mauro Moretti da Ferrovie sta avendo non poche interpretazioni, alcune fantasiose, come quella secondo cui il trasferimento è stato fatto per dare spazio a Italo-Ntv. Probabilmente con l'uscita dalle Ferrovie del sanguigno romagnolo Moretti, potrà favorire una concorrenza meno a coltello nei confronti di Italo. Non si può escludere che per uno sviluppo ulteriore dell'alta velocità venga anche presa in considerazione un'integrazione fra AV e Italo, ma certo Renzi e il ministro Piercarlo Padoan hanno pensato che Moretti, con la sua energia, possa far emergere tutto il valore nascosto di Finmeccanica e portare a un'adeguata efficienza il settore dei treni, per i quali AnsaldoBreda ha ottima tecnologia, ma è debolissima sul rispetto dei tempi di produzione. Proprio per questo, per esempio, Bruno Rota, il neorieletto presidente di Atm, l'azienda milanese dei trasporti leader in Italia, manda ogni settimana un ingegnere a controllare lo stato di avanzamento dei nuovi modernissimi treni di due linee della metropolitana milanese, che dovranno trasportare almeno il 30% di coloro che dal maggio 2015 vorranno visitare l'Expo.

La scelta di trasferire Moretti a Finmeccanica ha appunto varie motivazioni (inclusa quella di uno stipendio adeguato) ma non ultima è quella di voler valorizzare economicamente un know-how nel settore dei treni che fa gola a moltissimi fabbricanti mondiali.

Quindi, se la sorpresa è stato il trasferimento di Moretti, scontate erano le quote rosa. Per rispettare la sua religione, Renzi ha avuto la trovata di inserirle tutte alla presidenza o semplicemente come consiglieri d'amministrazione. Così ha rispettato le promesse e non facendo capo azienda nessuna manager donna non ha messo paura ai mercati, non essendoci oggettivamente al momento donne che possano fare l'ad di Eni o Enel.

Una critica tuttavia MF-Milano Finanza la muove a Renzi: la decisione di cambiare i cavalli a Poste Italiane proprio nella prossimità della quotazione. Francesco Caio è un ottimo manager di livello internazionale, Luisa Todini è imprenditrice, ha garbo e intelligenza. Quindi le scelte dei sostituti sono state ottime. Ma in una società estera a un passo dall'ipo non sarebbe mai stato cambiato l'ad, anche se da una vita in quel posto. Prima sarebbe stata chiusa l'ipo e poi sarebbe stato effettuato il ringiovanimento. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai


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