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07/02/2012 14.06

MF Online

Effetto “nitro” alla prova: l’esplosione dei corsi di obbligazioni, oro e azioni ha condotto Wall Street al test dei massimi

di Massimo Brambilla




Effetto “nitro” alla prova: l’esplosione dei corsi di obbligazioni, oro e azioni ha condotto Wall Street al test dei massimi

Ltro, ovvero “nitro”. Alla luce dell’esplosione delle quotazioni sulla totalità delle attività finanziarie mondiali, non può essere etichettata in altro modo  l’iniziativa di finanziamento straordinario alle banche, di durata triennale al tasso fisso agevolato dell’1%, messa in pista dalla Bce il 21 dicembre scorso. I quasi 500 miliardi di euro richiesti dagli istituti di Eurolandia sono entrati progressivamente nei circuiti finanziari attraverso l’acquisto di titoli di stato (in modo da conseguire un buon guadagno tra i rendimenti mediamente offerti nell’Eurozona e il tasso fisso dell’1%, rimpolpando allo stesso tempo la scorta di bond da dare come collaterale nel bis di fine febbraio che riproporrà la Bce) e attraverso i piani di rimborso anticipato di prestiti divenuti troppo onerosi.

Il risultato di questa operazione esplosiva è pienamente espresso nei grafici: il nuovo flusso di acquisti di titoli di stato, e la conseguente riduzione dei rendimenti e dunque degli spread, ha messo le ali a tutti i mercati azionari oltre che a quelli obbligazionari (+9,4% i Btp decennali), governativi o societari che siano. Le ultime 30 sedute di borsa hanno infatti portato sostanziosi guadagni ai principali listini asiatici (guidati dal +17% della Cina e dal +13% di Hong Kong), al Brasile (+13,5%), alla Russia (+16%), agli Stati Uniti (+13,5% il Nasdaq, +10% l’S&P500) e naturalmente all’Europa (+15% il Dax, +11,5% il Cac, +10,5% l’Eurostoxx50, +10% il Ftse Mib, +8% il Footsie di Londra e più a distanza Madrid e Zurigo con +4,5%),  senza tralasciare l’oro (+9,5%).

Ostacoli in vista

Il rialzo generalizzato dei mercati azionari ha condotto alcuni tra i principali indici a contatto con livelli di resistenza che in tempi normali, ovvero senza l’influenza di effetti “dopanti” come possono essere le azioni non convenzionali da parte delle banche centrali, stimolerebbero momentaneamente le prese tattiche di beneficio, valutando poi la consistenza della domanda di fondo. Tra questi, il Nasdaq è senza dubbio quello che si trova ora ad affrontare l’ostacolo storico più rilevante, che passa a quota 2.872: la capacità di varcare questa importantissima soglia offrirebbe maggiori chance all’S&P500 nell’affrontare la robusta area di resistenza di ampio respiro che passa tra 1.340 e 1.365 punti, testata invano cinque volte nel corso dei primi sette mesi del 2011, che gli aprirebbe la strada verso quota 1.450, ultimo ostacolo che separa l’S&P500 dai record storici segnati nel 2007 poco sopra 1.550 punti.

La forma smagliante di Wall Street, che ora si trova alla prova dei realizzi, è piuttosto in contrasto con la situazione di Eurolandia, rimasta nettamente più indietro: solo il Dax, che ha recuperato più degli altri, è riuscito il 26 gennaio scorso a oltrepassare il picco della reazione di ottobre (6.450 punti), senza aver ancora colmato la caduta di agosto e rimanendo quindi a grande distanza dai massimi del 2011. Gli altri principali indici dell’Eurozona si apprestano ora ad affrontare l’ostacolo disegnato in ottobre, che presta il fianco alle vendite, pari a 3.400 punti per il Cac, 2.500 per l’Eurostoxx50 e quota 17.000 per il Ftse Mib. Un’identica situazione si ritrova nell’indice Eurostoxx Banks, che assieme al comparto auto e a quello delle assicurazioni ha guidato il recupero dal 21 dicembre.

Qualche perplessità è mostrata anche dal cambio euro-dollaro: dopo aver imbastito a metà gennaio la reazione dai minimi a quota 1,26, nella settimana appena conclusa si è scontrato quotidianamente con la barriera a 1,32-1,325 senza mai riuscire a oltrepassarla.

A quali condizioni

Il fatto che tutte le asset class, ovvero tutte le possibili mete di investimento compresa quella più difensiva costituita dall’oro, si siano apprezzate contemporaneamente a partire dal 21 dicembre scorso rende palese che la molla non può che ritrovarsi nell’iniziativa non convenzionale della Banca centrale europea, così come accaduto nelle due fasi di attuazione del quantitative easing da parte della Federal Reserve, piuttosto che nella ritrovata fiducia nell’Eurozona.
Tant’è che nessun porto sicuro di investimento tra le principali valute ha registrato nel frattempo un’uscita di capitali: nonostante i rendimenti ai minimi termini, i bond Usa, i Gilt inglesi e i Bund tedeschi, su tutte le scadenze comprese quelle classiche decennali,  continuano a viaggiare in prossimità dei massimi in termini di quotazioni.

Segno che non è ancora scattato il rientro della forte avversione al rischio montata a partire dallo scorso aprile, quando i corsi del Bund decennale hanno iniziato un inesorabile apprezzamento sotto la pressione degli acquisti, spingendone la quotazione da quota 119 a quota 140 sotto l’impeto della netta accelerazione di agosto. Per questo è necessario assistere a una discesa dei prezzi fin sotto il livello pari a 133 punti, avvicinato tre volte in ottobre e novembre ma mai violato, per poter pensare a un reale ridimensionamento nella percezione del rischio da parte degli operatori che grava sull’area euro.
Mentre sull'azionario il primo nuovo segnale di forza scatterebbe con la conquista della soglia a quota 2.872 punti del Nasdaq. (riproduzione riservata)