Milano Finanza
Martedì 2 Settembre 2014 - Ore 23:18




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23/01/2012 10.00

MF Online

Il rischio-Italia si chiama crescita. Il -2,2% di Pil 2012 stimato dall’Fmi vale 10 miliardi in meno di tributi, frenando la discesa dello spread. Ogni 0,5% di variazione dei tassi a 7 anni vale 8 miliardi

di Massimo Brambilla




La Bce lo ha detto chiaramente: Draghi si è dichiarato estremamente preoccupato per la situazione finanziaria che continua a minacciare la stabilità e la crescita dell’Eurozona. Gli ha fatto eco l’Fmi, chiedendo a tutti gli stati partecipanti un aumento del suo capitale d’intervento fino a 1.000 miliardi di euro, perché le risorse attualmente disponibili non sarebbero sufficienti a salvare, in caso di necessità, i calibri pesanti dell’Unione monetaria come la Spagna o peggio l’Italia. Monti sta volando da un paese all’altro visitando i colleghi più importanti, nel tentativo di riaccendere l’interesse nell’investimento nel Belpaese, sottolineando da una parte gli sforzi compiuti dall’Italia in tema di austerity di bilancio e dall’altra sondando il terreno per capire se ci potrebbe essere un paracadute da aprire in tempo in caso di emergenza, prontamente negato da Frau Merkel.


Mercati sibillini

Che succede? Il fatto che le borse abbiano intrapreso da metà dicembre un percorso di costante recupero non deve ingannare, visto che guarda ha caso ha coinciso con la pioggia di liquidità (489 miliardi) elargita dalla Bce al sistema bancario con il prestito a tre anni di ammontare illimitato al tasso fisso dell’1%  offerto a tutti gli istituti il 21 dello scorso mese (fruito in abbondanza dalle banche italiane).
E nella settimana centrale di gennaio i listini hanno trovato nuova energia non appena hanno saputo, assieme al dimezzamento della riserva obbligatoria, che Babbo Natale tornerà il 28 febbraio, bissando il dono di dicembre. Operazione essenziale per scongiurare un credit crunch, in cui le banche si sarebbero potute trovare nella situazione di chiedere il rientro dei crediti esigibili a breve bloccando qualsiasi forma di finanziamento, che ha indirettamente influito sui mercati azionari stemperandone la tensione ormai giunta a livelli esasperati.

In realtà, a partire dalla metà del mese in corso, ci può essere stata un’influenza più diretta sui mercati da parte degli istituti: il dimezzamento della riserva (dal 2% all’1%) che le banche devono depositare presso le relative banche centrali equivale di fatto a un nuovo allentamento della politica monetaria, tant’è che nei due giorni successivi gli istituti si sono affrettati a richiamare una grossa fetta dei depositi presso la Bce; contestualmente lo spread del decennale contro la Germania, non solo italiano, subiva guarda caso una sensibile riduzione, spingendo gli acquisti in borsa guidati dal comparto finanziario.

Rimane tuttavia nelle orecchie il grido lanciato in coro da Bce e Fmi e dall’azione frenetica di Monti, ben sottolineato dal costante apprezzamento dei titoli di stato decennali tedeschi che, partito a inizio dicembre, li ha condotti nella settimana appena conclusa ad aprire nuovi massimi storici, comprimendone i rendimenti verso nuovi minimi. La preoccupazione è rivolta non solo alla Grecia, ma anche all’Italia: nonostante la manovra di bilancio metta momentaneamente in sicurezza i conti pubblici, il suo impatto recessivo sull’economia assieme al rendimento elevato che continua a caratterizzare i Btp a lunga scadenza, in un rapporto perverso di causa-effetto che ha caratterizzato anche la Grecia, sono motivo di grande apprensione.


L’apprensione sull’Italia

Se da un lato è vero che la manovra straordinaria del 2011 è riuscita a ridimensionare consistentemente i rendimenti dei titoli di stato italiani a media e a breve scadenza (dai 3-5 anni in giù, dove il triennale è passato dal 7,7% del picco di novembre al 4,8% attuale, mentre i rendimenti a tre mesi sono scesi dal 4,9% all’1,65%), segnalando che il mercato non è più in allarme per la solvibilità dell’Italia nel prossimo biennio, dall’altro lato si nota una notevole resistenza alla discesa nei rendimenti dai sette anni in poi, che sono quelli che più contano: la vita media residua dell’indebitamento del Belpaese è pari infatti 7,2 anni (a fine 2010, dove oltre il 60% delle emissioni è costituita da Btp), per il quale è stato pagato un tasso di interesse medio nel 2009 e nel 2010 pari rispettivamente al 4,9% e al 4,3%, ovvero 71,3 miliardi di euro nel 2009 e 65,9 miliardi di euro l’anno scorso; attualmente il rendimento richiesto dal mercato per la scadenza a sette anni è nell’ordine del 5,9% che, sebbene in discesa  rispetto al 7,7% del picco di novembre, è in grado di generare una spesa annua per interessi pari a 92-95 miliardi di euro, ovvero 27-30 miliardi annui in più (lo stock di debito pubblico era infatti lievitato 1.909 miliardi lo scorso novembre, proiettando lo stock di titoli di stato a 1.590 miliardi). Si può calcolare che attualmente a ogni variazione di mezzo punto percentuale dei rendimenti a sette anni corrisponde una variazione di 8 miliardi di euro nella spesa annua per interessi.

Sul fronte dell’impatto recessivo della manovra, è innegabile che il -2,2% e il -0,6% di Pil previsto rispettivamente nel 2012 e nel 2013 per l’Italia dal World Economic Outlook anticipato in settimana dall’Fmi sia anche il frutto dell’austerity di bilancio, oltre che di più alti tassi d’interesse (che rendono più onerosi i crediti alle imprese e al settore privato, ovvero mutui e credito al consumo) e di problemi strutturali di competitività, tant’è che per l’Eurozona la stima è pari a -0,5% per l’anno in corso e a +0,8% per quello a venire. Anche in questo caso il calcolo del costo di ogni mezzo punto percentuale di Pil perso dal Belpaese, che va a diminuire il risparmio della manovra straordinaria di bilancio, è abbastanza agevole: visto che le entrate tributarie si attestano mediamente, nell’ultimo quinquennio, al 26,5% del Pil si può determinare che, in base al valore attuale del prodotto interno lordo (1.618 miliardi di euro è la stima per il 2011), ogni mezzo punto percentuale in meno costi allo stato almeno 2,3 miliardi in termini di minori entrate tributarie, anche alla luce degli aumenti introdotti nell’Iva.


La conclusione

Il -2,2% di Pil previsto dall’Fmi costerà quindi 10 miliardi di euro nel 2012, a cui potrebbero essere sommati altri 30 miliardi nel caso in cui il rendimento a sette anni non si schiodasse dal 6% lordo attuale: il rischio è quindi di vanificare lo sforzo della manovra Monti; da qui il nervosismo degli investitori e l’attivismo degli organi istituzionali interessati, visto che il futuro della moneta unica passa per forza di cose dal risanamento italiano.
Probabilmente i mercati avrebbero gradito di più una manovra sui conti pubblici meno aggressiva sul fronte delle entrate (agendo con più convinzione sul fronte dei costi) in cambio di una maggiore spinta sul Pil, come insegna la realtà inglese: nonostante il livello del deficit e del debito pubblico (80% del Pil), la Gran Bretagna prosegue l’allentamento monetario (nonostante un’inflazione al 4,2%) rimandando i sacrifici più pesanti al momento in cui l’economia troverà un congruo ritmo di crescita, agendo quindi in modo anticiclico anziché prociclico; gli investitori stanno premiando questa lungimiranza, visti i rendimenti ai minimi termini dei titoli di stato inglesi e la buona forma della sterlina. (riproduzione riservata)
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