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Numero 104
pag. 62 del 29/5/2012
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di Edoardo Narduzzi
L' Ipo di Facebook, pur tra le molte polemiche che hanno accompagnato l'operazione, e la quasi contestuale acquisizione di Instagram da parte della stessa società californiana hanno evidenziato un fenomeno meritevole di attenzione oltre ai valori stratosferici in gioco: 104 miliardi di dollari per la quotazione del social network e un miliardo per l' acquisto di un'applicazione per la condivisione delle fotografie dallo smartphone. In entrambi i casi, infatti, le società vedono un brasiliano nativo di San Paolo nella coppia di fondatori. Accanto allo statunitense Mark Zuckerberg in Facebook compare infatti Eduardo Saverin, anch'egli studente ad Harvard, mentre Instagram è frutto delle idee di Kevin Systrom e del brasiliano Mike Krieger. Si tratta di un dato importante perché evidenzia quanto lo spirito imprenditoriale più aggressivo sia ormai radicato ben oltre la Silicon Valley o le solite città innovative americane. In entrambi i casi i due nativi brasiliani hanno scelto gli Usa per tentare la fortuna, ben consapevoli che a San Paolo non avrebbero potuto ottenere gli stessi risultati. Si sono spostati a studiare in America e lì hanno incrociato la cultura imprenditoriale del Paese e la facilità di farne parte. Sono, però, andati negli Usa proprio a cercare questa avventura imprenditoriale lasciando il natio Brasile senza troppi problemi o rimpianti. Significa che anche nei Paesi Bric, in cui le opportunità di crescita non mancano certo, la cultura pro start-up è oggi ben presente nei giovani e rappresenta un driver aggiuntivo della crescita economica o delle potenzialità di sviluppo perché, una volta avuto successo, i giovani imprenditori riportano spesso la cultura appresa anche nel Paese d'origine, che quindi con il tempo inevitabilmente cercherà di emularla. Ma è anche vero che il desiderio di diventare imprenditori innovativi di successo è ormai globale, e che per questa ragione il livello della competizione è già salito e crescerà ancora nei prossimi anni. Un processo sicuramente positivo per il mercato ma con un risvolto negativo: creare start-up di successo sarà sempre meno agevole e il peso e il ruolo degli imprenditori nati nei cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India e Cina) crescerà considerevolmente rispetto a quello avuto finora. Del resto è nato in Russia Sergey Brin, cofondatore di Google, mentre la lista degli indiani che hanno avuto successo in Silicon Valley è talmente lunga da essere pressoché impossibile da elencare. Per i consumatori su scala globale si tratta di buone notizie, perché la velocità del ciclo innovativo sarà ulteriormente accelerata dai tanti imprenditori nati nei Bric e, quindi, dai nuovi prodotti e servizi che saranno offerti a prezzi ancora più allettanti. Una tendenza che creerà un surplus di utilità per i consumatori, che potranno utilizzare queste applicazioni e servizi per modificare le proprie abitudini e generare così considerevoli risparmi. La concorrenza per la allocazione ottimale del capitale tra il numero crescente di potenziali imprenditori innovativi crescerà a sua volta, rendendo il processo di selezione ancor più competitivo e geograficamente decentrato rispetto al fulcro costituito oggi dalla California. Il futuro e prevedibile successo dei Bric nelle start-up segnala anche la necessità per gli europei di cambiare marcia e creare le condizioni perché non siano solamente brasiliani o indiani brillanti a creare nuove società di successo ed entrare a far parte della storia delle grandi innovazioni contemporanee. I segnali che vengono dalla crisi dell'Eurozona non sono però incoraggianti in questo senso: i giovani laureati alla ricerca di un posto fisso sono percentualmente aumentati in Italia nell'ultimo biennio. È necessario far cambiare loro radicalmente mentalità e aspettative, aiutando i giovani a capire rapidamente che i veri talenti rischiano veramente poco a gettarsi con determinazione nel sogno di una propria start-up. Nella peggiore delle ipotesi, ovvero se il progetto non sarà coronato da successo, avranno perso qualche anno e potranno tornare a fare i dipendenti in una società più o meno grande con un notevole bagaglio di esperienza. Ma in caso vada bene possono entrare nella Hall of Fame degli imprenditori. Si tratta di gestire una grande quantità di incertezza ma, paradossalmente, poco rischio: mai come in questo periodo vale la pena di lavorare in una start-up. (riproduzione riservata)
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