Milano Finanza
Mercoledì 3 Settembre 2014 - Ore 06:36




Orsi Tori
Orsi Tori

«Chi pensa che Bolloré abbia fatto ammuina per fregare Telecom non ha capito niente. Bolloré è azionista con il 5% e presidente di Vivendi, non è il padrone assoluto, ma è un uomo molto intelligente e ha capito: 1) che era insensato non accettare i miliardi cash offerti da Telefonica; 2) che in realtà, accettandoli, avrà la possibilità di concludere anche con Telecom, ma solo a certe condizioni», dice Cesare Geronzi dal suo ufficio di presidente della Fondazione Generali.

Vuol dire che allora la partita non è chiusa? «Esattamente, ma solo a condizione di realizzare con Telecom Italia un'operazione di ampio respiro».

Geronzi è stato il protagonista, non pochi anni fa, dell'alleanza fra azionisti italiani e francesi in Mediobanca. I francesi di fatto erano guidati da Vincent Bolloré, allora in Mediobanca su suggerimento del suo protettore, Antoine Bernheim, da sempre al vertice delle Generali. E proprio sul controllo delle Generali si era scatenata la guerra fra azionisti francesi e italiani. Così, prima Geronzi guidò la difesa del controllo italiano delle Generali in accordo con l'allora governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, e poi, anche con l'aiuto di Tarak Ben Ammar, firmò la pace con Bolloré come capofila degli azionisti francesi. Quindi, anche se non lo ammette, ha tuttora un filo diretto con l'imprenditore bretone.

Lo hai sentito anche in questa circostanza? «Questo poco importa. Ciò che conta è la razionalità e la sostenibilità di certe operazioni. Telecom oggi, nonostante la capacità di Marco Patuano, che io stimo molto di più di quanto

fosse stimato mesi fa dai suoi azionisti, è un'azienda sfibrata, ha muscoli che inevitabilmente non scattano più. Avrebbe bisogno di forti investimenti ma non ha le risorse per farli. Se si guarda indietro si vede che solo Roberto Colaninno ha guadagnato con Telecom Italia; tutti gli altri hanno perso, da Marco Tronchetti Provera ai soci di Telco. La società e il Paese pagano una privatizzazione sciagurata, sia per la modesta cifra che lo Stato incassò, sia per l'assetto azionario ridicolo che fu creato con il maggior azionista, il gruppo Agnelli, al comando con lo 0,7%. Poteva avere dubbi Bolloré fra gli euro sonanti di Cesar Alierta e della sua ricca Telefonica e un'alleanza immediata con la fragile Telecom Italia? Una persona intelligente, che persegue gli interessi dei suoi azionisti, non poteva dire no a Telefonica».

Resta il fatto che Bolloré aveva usato parole positive sulla proposta di Telecom Italia con l'assistenza di Mediobanca. Come lo spieghi? Non è questa una ammuina per dare una sponda a Vivendi e accrescere l'offerta di Telefonica?

«Certo che lo è. E Bolloré non sarebbe quello che è se non sapesse navigare contemporaneamente su più battelli. Chi pensava che la sua presenza, con il 5%, in Mediobanca lo avrebbe spinto a scegliere Telecom è un dilettante. Ma tutto questo non vuol dire che Telecom abbia sbagliato a fare una sua offerta alternativa a quella di Telefonica. Il lavoro fatto potrà non andar perduto se si capirà in quale scenario delle tlc si colloca oggi Telecom e come sta evolvendo il settore nel mondo e in Italia».

Prego... visto che hai provato sulla tua pelle le delusioni di Telco, che promuovesti insieme a Giovanni Bazoli...

«È vero, promuovemmo Telco per cercare di conservare un asset strategico per lo sviluppo del Paese, anche se era già compromesso dai tempi della privatizzazione, come ho detto prima. Fu un gesto di generosità in un tempo in cui si tentava ancora di ragionare in termini di sistema. Da allora sono successi due fatti fondamentali: Telecom ha continuato a indebolirsi e quella convergenza fra tlc e contenuti media, che Marco Tronchetti aveva intuito cercando l'accordo con Murdoch, è diventata inevitabile. In questo quadro Telecom è a zero, dopo aver venduto con Bernabè presidente La7, che Urbano Cairo ha immediatamente risanato, mentre i predecessori di Bolloré in Vivendi hanno deciso, sbagliando, di vendere la loro società di telecomunicazioni, avendo già i contenuti con Canal Plus e con Universal. Se Vivendi avesse ancora la telefonia, la fusione con Telecom sarebbe stata la soluzione di molti problemi. Ma comunque Vivendi ha cosa manca a Telecom, cioè i contenuti, e Telecom ha cosa manca a Vivendi, la rete».

Quindi la proposta di Telecom aveva senso?

«Sì che lo aveva, ma Bolloré non poteva rinunciare al cash garantito da Telefonica perché comunque un'alleanza con Telecom implica un'iniezione di liquidità nella società guidata da Patuano e Giuseppe Recchi».

Vuoi dire che Vivendi non avrebbe avuto la liquidità necessaria per finanziare Telecom? Risulta che abbia già oggi, prima dell'operazione con Telefonica, oltre 5 miliardi in cassa...

«Esattamente, ma bisogna anche conoscere la mentalità degli azionisti di Vivendi, che si sono abituati ad avere lauti dividendi proprio per quella liquidità che la società ha. Bolloré è un industriale ma non può prescindere dai suoi azionisti. Una volta incassato il cash che Alierta offre, la liquidità supererà gli 11 miliardi di euro. E sarà a quel punto che Bolloré e il consiglio d'amministrazione di Vivendi dovranno decidere dove metterla. Un'opzione è di lasciarne una parte nella società che nascerà dalla fusione fra la telefonia mobile di Telefonica in Brasile e la società di telefonia fissa di Vivendi sempre in Brasile, al di sopra della quota che comunque i francesi conserveranno in Gvt. Ma Alierta, che ha deciso di uscire dall'Italia, ha offerto anche l'opzione a Vivendi di prendersi il 7% di Telecom Italia».

Ma tu credi davvero che Vivendi dopo essere uscita dalla telefonia in Francia e in Marocco e ora di fatto in Brasile decida di rientrare in Italia? Gli altri operatori pensano che è assai improbabile una tale decisione.

«È improbabile se non si creano le condizioni perché Vivendi possa vedere nella convergenza fra telefonia e contenuti una grande opportunità. E perché ciò avvenga è necessario ampliare l'orizzonte».

Non parlare criptato, per favore...

«Chi è oggi che è dominante nei contenuti in Italia e non ha vincoli pubblicistici?».

Se ti rispondo Mediaset sono sicuro di non sbagliare...

«Bravo. Per cercare di recuperare appeal agli occhi di Vivendi occorre che nella partita, tutta da giocare, entri anche Mediaset. Non a caso, prima di lasciare l'Italia, Alierta si è assicurato un piede nel gruppo Mediaset con l'11% in Mediaset Premium».

In realtà, quella di entrare in Mediaset Premium è stata una condizione per poter rilevare la quota di Mediaset nella pay tv spagnola...

«Vero, ma per non sapere né leggere né scrivere, come si suol dire, Telefonica si è posizionata, uscendo da Telecom, nel gruppo privato di contenuti più importante del Paese, qual è Mediaset. Non si può escludere che nella trattativa fra Alierta e Bolloré si sia parlato anche di quella pur piccola partecipazione in Mediaset».

Ho capito, c'è sempre di mezzo il bravo Tarak, che oltre che dirimpettaio nella casa di Parigi e grande amico di Bolloré è anche in super relazioni con Mediaset...

«Tarak è sempre un personaggio utile ed efficiente, ma è la tecnologia che qui comanda. Fra quattro o cinque anni, con la fibra, anche l'Italia diventerà un Paese dove i contenuti video e multimediali passeranno dal protocollo Internet e sempre meno dal satellite. Non a caso l'ingresso di Telefonica in Mediaset Premium è stato preceduto da un contratto fra Sky e Telecom per la vendita del bouquet di Murdoch via fibra».

Hai ragione, ma in questo caso ad avere il pallino in mano è sempre Sky e non Telecom, perché il decoder è di Sky...

«Appunto. Una motivazione in più per mettere insieme i contenuti di Vivendi e Mediaset, diffusi da Telecom, dove potrebbero essere azionisti sia Vivendi che Mediaset con modalità che possono essere le più varie».

Tu sei convinto che se le dinamiche fossero queste Vivendi si prenderebbe il 7% di Telecom?

«Credo di sì».

Ma con il 7% non si comanda...

«Certo, ma se diventasse un'alleanza a tre, le quote potrebbero variare».

Qualcuno dirà che dopo aver salvato Silvio Berlusconi e la allora Fininvest quando il Credito Italiano su richiesta della Mediobanca guidata da Enrico Cuccia aveva ritirato tutti i fidi a quella che è ora la holding di controllo di Mediaset, ora tu tracci strategie per dare un futuro migliore all'ex Cavaliere e ai suoi eredi.

«Troppa acqua è passata sotto i ponti da quel gesto che facemmo con Banca di Roma, non condividendo che una società come Fininvest-Mediaset fosse costretta al fallimento. Gli utili che Mediaset ha distribuito in questi anni e i posti di lavoro che ha creato confermano che non fu la nostra, intendo la mia e di Pellegrino Capaldo, una scelta sbagliata. Non so se oggi le banche italiane sarebbero in grado di fare altrettanto».

Stai alzando il tiro sui tuoi ex colleghi...

«No, no, anche se penso che il sistema umanamente non si sia arricchito».

E allora spiegati, è tanto tempo che non fai sentire la tua voce...

«Caro Paolo, mi costringi a dire cose che non vorrei dire».

Ormai sei in ballo...

«Intendevo dire che le banche non sono in grado di fare credito perché hanno in pancia ancora miliardi di titoli indigesti. Come si spiega altrimenti che appena due mesi prima dell'arrivo degli ispettori della Banca centrale europea sono emerse anche in Italia perdite o svalutazioni per 15 miliardi, e le banche italiane sono in migliori condizioni di quelle del resto d'Europa? La verità è che da Francoforte devono rivedere la loro politica. Non bastano gli annunci: sono andati bene per due anni, ma questo non ha ridato fiato alla crescita, per la quale ci vuole ben altro...».

Ti fermo perché mi pare che tu stia attaccando Mario (Draghi), che consigliasti a Berlusconi per la Banca d'Italia portandolo a cena a villa San Martino, anche se camminava su un piede solo essendosi fatto un taglio profondo sugli scogli di Porto Rotondo...

«Figurati se voglio attaccare Draghi, e poi io che peso ho oggi per farlo se non la libertà di pensiero? Il problema è un altro: tutta la liquidità che Draghi ha immesso nel sistema bancario, facendo miracoli rispetto all'opposizione della Germania, è servita solo alle banche per alleviare la loro situazione; infatti l'hanno usata per rimborsare i prestiti obbligazionari ad alto tasso di interesse che avevano emesso. Non un euro è finito alle aziende e alle famiglie. E le banche non prestano soldi perché ogni richiesta di credito viene valutata dal lato del rischio. Sono i gestori dei crediti problematici che oggi comandano nelle banche».

La tua analisi, caro Cesare, non fa una grinza, ma...

«Ma, in realtà io credo che la Banca centrale debba fare la Banca centrale e quindi evitare di chiedere la consulenza di BlackRock per acquistare titoli rappresentativi dei mutui o cose simili. BlackRock è il più grande fondo al mondo e ha un unico obiettivo, far guadagnare i suoi investitori. La Bce deve immettere liquidità, non vi è dubbio, perché senza liquidità il sistema muore e questa liquidità deve arrivare alle imprese e alle famiglie, ma allora che faccia come la Banca centrale inglese, se non può fare quanto ha fatto e fa la Federal Reserve: condizioni la trasmissione di liquidità alle banche alla prova che quei capitali arrivano alle imprese e alle famiglie. Evitiamo di coinvolgere nel processo della politica monetaria entità terze...».

Forse non ti sei accorto che quanto dici è una fortissima critica alla professoressa Lucrezia Reichlin, che ha auspicato l'intervento di una bad bank per titoli di Stato da svalutare (in pratica un default), visto che una volta per tutte, come ha detto a Repubblica, va smentita la leggenda metropolitana secondo cui i titoli di Stato sono un rischio come gli altri investimenti...

«Se non sbaglio la professoressa Reichlin è stata alto dirigente alla Bce. La leggenda metropolitana da smentire è che tutti quelli che vengono dalle banche centrali, Banca d'Italia inclusa, siano di alto livello...».

Caro Cesare, ti fermo perché continuando così, non potendo essere rottamato perché lo sei già stato, corri il rischio che il presidente del Consiglio rottamatore per eccellenza ti chieda qualche consiglio...

«Nessun pericolo, sono solo un libero pensatore...». (riproduzione riservata)

Paolo Panerai


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