Milano Finanza
Mercoledì 30 Luglio 2014 - Ore 17:07




Orsi Tori
Orsi Tori

Non c'era certo bisogno delle ultime previsioni del Fondo monetario internazionale per capire che il 2014 si chiuderà, per bene che vada, a zero crescita, dato che i decimi in più, anche se ci fossero, non contano niente.

Che il Paese non cresce lo si sente nell'aria. Per un attimo, quando il presidente Matteo Renzi ha vinto le elezioni europee, c'è stata in molti la speranza che il massiccio programma di riforme da lui annunciato potesse marciare spedito. La sua energia, la sua determinazione, il suo anticonformismo facevano (e per fortuna in buona misura ancora fanno) sperare in una svolta. Ma i vizi del Paese, questa democrazia definita dai costituzionalisti perfetta per l'esistenza di due rami del parlamento con gli stessi poteri, l'opposizione delle caste (basta pensare ai dipendenti della Camera che fischiano la presidente Laura Boldrini) sono una vera muraglia cinese alla marcia di Renzi, che per fortuna non molla. Non molla, ma lui stesso si rende conto che non ha preso l'abbrivio quel circolo virtuoso che dalla speranza da lui suscitata deve portare alla fiducia nel futuro, cioè alla principale molla che può indurre le aziende a investire e i cittadini a spendere, innescando così una ripresa reale.

È tanto consapevole della situazione, il presidente Renzi, che giustamente non molla sulla riforma più emblematica, buona o meno buona che sia nella sostanza. Deve dimostrare al Paese, ai mercati, agli altri governi non solo le sue qualità, che perfino gli avversari gli riconoscono, ma anche di saper domare il principale nemico del rinnovamento. Cioè il tentativo di molti di garantire lo status quo. Quindi il far approvare la riforma del Senato è di fatto la madre di tutte le battaglie, da vincere sconfiggendo chi si oppone al cambiamento.

La resistenza delle caste, quasi sicuramente, costerà all'ex sindaco di Firenze di perdere la scommessa fatta a Porta a Porta con Bruno Vespa sui tempi di pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione verso le aziende. Renzi aveva motivo valido per scommettere perché, come ha più volte spiegato questo giornale, il presidente della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), Franco Bassanini, e il professor Marcello Messori, ora presidente delle Ferrovie dello Stato, avevano messo a punto un sistema perfetto per fa sì che le aziende incassassero e che lo Stato non dovesse emettere altri titoli, facendo lievitare ulteriormente il debito ormai vicino al 132% del pil. Un semplice atto: il riconoscimento da parte dello Stato dei debiti stessi e l'accordo (facilissimo) con il sistema bancario per scontare i crediti delle aziende. Facilissimo l'accordo con le banche perché il sistema aveva anche il vantaggio di accrescere la capacità di credito del sistema in quanto i crediti dello Stato (ci mancherebbe) non consumano capitale, nel rapporto fra capitale proprio e crediti erogati. Il metodo presentava una significativa accettabilità anche per le aziende perché con la garanzia dello Stato il tasso richiesto sarebbe stato bassissimo.

Il progetto Bassanini-Messori era già stato presentato al governo di Enrico Letta, riscuotendo consenso. Ma quando la pratica è arrivata alla direzione generale del Tesoro e alla Ragioneria dello Stato ci fu un fermo immediato. Per il rapporto di fiducia instauratosi fra Bassanini, Renzi e il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, il progetto ha ripreso immediatamente vigore con il cambio a Palazzo Chigi. Come primo atto Padoan aveva dato disposizione alla Ragioneria di allestire un software che rendesse più spedito il processo di riconoscimento dei debiti. In realtà, come Bassanini ha confidato sconsolato, per allestire questo software è stato fatto passare un tempo doppio o triplo del necessario. Ma non solo i solerti super burocrati, rasentando il ridicolo, hanno posto il problema che la procedura fosse approvata dall'Unione Europea. Rasentando il ridicolo, perché nel frattempo era già stata avviata da parte della Ue la procedura di infrazione per superamento dei tempi di pagamento da parte dello Stato. In base ai poteri delle direzioni generali dei ministeri non è stato possibile evitare che la pratica finisse a Bruxelles, incrociandosi con quella per infrazione che costerà una multa all'Italia. Risultato, altre settimane di ritardo, che mettono così a rischio la scommessa del presidente Renzi di completare i pagamenti entro il giorno del suo onomastico. Ma soprattutto è venuta a mancare una spinta non insignificante alla possibile crescita: se su base annua saranno 6,6 nel 2014 i miliardi di liquidità che i lavoratori si troveranno in busta paga con la riduzione fiscale pari a 80 euro al mese per essere trasformati in possibili maggiori consumi (in realtà non realizzati per la mancanza di fiducia nel futuro da parte degli italiani), il gettito per le aziende con il metodo Bassanini-Messori sarà di oltre 40 miliardi. Anche uno studente del primo anno della Bocconi capisce che mentre il primo atto di aiutare i salariati più deboli ha un potenziale limitato (nel 2015 a regime completo il totale sarà pari a 10 miliardi), anche perché diluito su più mesi, ma tuttavia necessario per ragioni di equità, una massa di oltre 40 miliardi nelle casse delle aziende, se fosse avvenuta a inizio d'anno, sicuramente avrebbe prodotto una non trascurabile spinta alla crescita, con un recupero di fiducia delle aziende nei confronti dello Stato. Fattore questo fondamentale per riprendere gli investimenti che insieme ai consumi e all'export sono le tre leve azionabili per la crescita.

E poi si scopre che non c'è crescita. Ma con una schiera così forte di frenatori è inevitabile che ciò avvenga. Non sanno (in realtà non vogliono sapere per non perdere potere residuale) che uno dei fattori fondamentali per lo sviluppo è la velocità di circolazione della moneta e che quindi ogni ritardo produce un effetto negativo.

Questo, anche se non ha studiato economia, Renzi lo sa e lo sanno bene i giovani economisti che lo circondano. Come sanno che poi l'atto assoluto più importante per il risanamento del Paese, per il suo affrancamento dal giogo tedesco, per rendere inefficace la politica dei due forni della cancelliera Angela Merkel, è il taglio secco del debito. Come dice il titolo di copertina di questo numero di MF-Milano Finanza, il progetto per la creazione del Fondo degli italiani nel quale far confluire il patrimonio immobiliare (ma non solo) degli enti locali ricevuto dallo Stato in attuazione del funesto federalismo, è finalmente arrivato in parlamento dopo la lunga battaglia condotta da L'Italia c'è, che riunisce migliaia di imprenditori, professionisti, manager e cittadini con la testa sulle spalle oltre ai media di Class Editori. Il fatto significativo, insieme all'articolo pubblicato recentemente da MF-Milano Finanza a firma di Marco Carrai, che di Renzi è il miglior amico anche se non è entrato nel governo per rimanere imprenditore, è che a presentare il progetto di legge sono 30 parlamentari del Pd e non un manipolo di peones in cerca di pubblicità. In altre parole, l'iniziativa è seria anche perché lo studio condotto dalla Banca Rothschild chiarisce un elemento veramente importante.

Il grande successo dell'ultimo anno e mezzo dei fondi di investimento e delle gestioni dimostra la disponibilità degli italiani a sottoscrivere quote di strumenti finanziari gestiti da professionisti di comprovata esperienza e capacità. Questo trend favorevole lascia supporre che anche per il significativo calo di rendimento dei titoli di Stato i cosiddetti Bot people, cioè la maggioranza degli italiani, siano disponibili a scambiare Btp e Cct con quote di un fondo eminentemente immobiliare con forte capacità di rivalutazione, in quanto la gestione degli immobili che gli enti locali dovranno essere chiamati da una legge a conferire nel fondo sarà - dovrà essere - fatta appunto da professionisti preparati, che nel mercato esistono.

Ma per il successo dell'operazione le condizioni sono almeno due: 1) che nel restituire allo Stato Btp, Bot e Cct, per ricevere in cambio quote del Fondo degli italiani, i cittadini o le aziende ricevano un vantaggio fiscale sulle possibili plusvalenze, in altri termini un significativo incentivo; 2) che per gli immobili che verranno conferiti al fondo a deciderne la destinazione d'uso sia il governo e non gli enti territoriale: il perché è semplice, se solo si pensa all'incredibile storia della Caserma Guido Reni di Roma, ceduta dal Demanio militare per il 10% al Comune di Roma e per il resto acquistata dalla Cdp. Quando il nuovo sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha chiesto l'intervento del governo per salvare la municipalità capitolina, la Cdp si è fatta avanti per acquistare quel 10% che avrebbe permesso di realizzare un progetto capace di creare una forte valorizzazione del grande immobile. Credo che nessuno possa credere alla risposta del Comune: una delibera che vincola la destinazione di tutto l'immobile a realizzazione di un Museo della Scienza e della Tecnica. Museo certamente utile ma che non avrà come impatto economico che quello di generare un altro costo.

Se, com'è ormai dimostrato dagli studi di vari economisti de L'Italia c'è, ma prima ancora dal comportamento di ogni azienda i cui debiti siano più del fatturato, il taglio avverrà grazie alla vendita di asset oggi infruttiferi ma che possono essere valorizzati, per l'Italia si aprirà davvero, grazie anche agli altri provvedimenti, una reale prospettiva di rinascita. Per più motivi: 1) l'Italia non sarà più un'anomalia da additare come il Paese da aggredire per speculare sul debito facendo salire i tassi di vari punti come è avvenuto durante l'attacco degli anni scorsi; 2) il costo del debito sarà più basso perché minore, ma anche perché lo spread scenderà ulteriormente; 3) con il minor costo del debito si libereranno risorse per la riduzione della pressione fiscale e per investimenti che lo Stato deve fare in quanto di sua competenza, come le infrastrutture; 4) la cancelliera Merkel e i suoi sodali, come il presidente della Bundesbank, non potranno più dettare le condizioni, nel gioco della politica dei due fondi: la cancelliera falsamente sostenitrice di Renzi e di Mario Draghi, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, sempre all'attacco contro l'Italia e contro il presidente italiano della Bce. Semplicemente per un motivo: perché già oggi il debito consolidato italiano di Stato e cittadini è migliore di quello consolidato della Germania. Con il taglio secco potrà esserlo anche solo il debito dello Stato.

L'Italia c'è. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai


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