Milano Finanza
Mercoledì 23 Luglio 2014 - Ore 03:38



Orsi Tori
Orsi Tori

Il semestre europeo a presidenza italiana non è iniziato bene, ma non per l'approccio duro del presidente del Consiglio Matteo Renzi nelle trattative per la designazione del commissario straordinario per gli Affari esteri. L'opposizione alla candidatura di Federica Mogherini al ruolo di rappresentante dell'Unione presso gli altri Paesi è sì dettata da motivazioni specifiche, ma queste sono secondarie. L'obiettivo vero è mettere in difficoltà ancora una volta la sovranità dell'Italia, visto che quel ruolo è stato negoziato nell'ambito della trattativa per far diventare presidente della Commissione il designato del Partito popolare europeo (Ppe) Jean-Claude Juncker. Renzi, come rappresentante più autorevole del Partito socialista europeo (Pse) grazie ai voti ottenuti alle elezioni europee, alla fine ha accettato di votare Juncker sia per gli impegni assunti dal nuovo presidente di introdurre flessibilità nell'attività dell'Unione, sia per il focus in assoluto sullo sviluppo, ma non solo per questo. Appunto dell'accordo fa parte la nomina di un italiano a commissario straordinario per gli Affari esteri. E Renzi non ha proposto un candidato qualsiasi, bensì nientemeno che il ministro degli Esteri italiano, ruolo che la Mogherini ricopre dall'avvio del governo Renzi. Rifiutare la candidatura del ministro degli Esteri del governo che ha la presidenza semestrale dell'Unione è quindi un'opposizione all'Italia, sostenendo di fatto che alla responsabilità del primo dicastero di ogni governo dopo quello del primo ministro è stata posta una persona inadeguata.

Il tentativo di mettere in difficoltà l'Italia diventa ancora più evidente quando da più parti vengono suggerite le candidature di Mario Monti ed Enrico Letta. Come dire che in realtà il primo ministro italiano non ha più il diritto, consolidato anche dalla tradizione, di designare lui i rappresentanti dell'Italia, Paese fondatore dell'Unione europea, ma se lo fa il candidato viene bocciato e al suo posto arrivano suggerimenti di altri nomi dalla Germania e dai Paesi del Nord e dell'Est.

È vero che la nomina dei commissari, corrispondenti ai ministri di un governo, richiede il consenso della maggioranza dei Paesi (equivalenti ai partiti in un singolo Paese), ma è altrettanto vero che quando è stato deciso di assegnare a un partito un dicastero, la scelta della persona spetta sempre a quel partito. Se poi il partito designa nientemeno chi ha ricoperto la carica di secondo ministro in un altro dicastero, l'opposizione non può configurarsi che come volontà di sminuire il potere del capo del partito. Qui, del capo del partito-Paese.

Il disegno è ormai evidente e Renzi non deve cascarci. Neppure alle parole che tendono a superare l'impasse con la equivoca frase: «Ma il primo ministro italiano ha ottimi rapporti con la cancelliera Angela Merkel e quindi troverà un accordo». Ecco l'insidia, una sorta di politica dei due forni che non è nuova per i tedeschi e i suoi alleati: da una parte la Merkel sorride a Renzi, dall'altra manda avanti chi lo attacca, come ha fatto il presidente della commissione Esteri del Parlamento europeo, Elmar Brok, consulente della donna più potente d'Europa: «Renzi sa che se proponesse Letta ci sarebbe subito consenso, ma non facendolo si espone alle critiche». Esattamente la stessa politica dei due forni rispetto alla Bce: la Merkel elogia le scelte di Mario Draghi, ma il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, per di più all'interno del congresso del partito della cancelliera, attacca frontalmente Draghi.

Con la vicenda Mogherini ormai il gioco è scoperto e Renzi deve rendersene conto, se non ne è già consapevole.

Renzi deve soprattutto comprendere che purtroppo la sua abilità e la sua determinazione in Europa non sono sufficienti. È l'Italia che inevitabilmente è debole in Europa, perché esposta più di qualsiasi altro Paese, a parte la Grecia, a possibili nuove crisi finanziarie. Che cos'è, infatti, che da sei anni rende assai più grave la crisi italiana di quella di qualsiasi altro Paese dell'Ue? La risposta è facile: la mancanza assoluta di crescita con anche due anni di recessione tecnica. Un trend che dura da prima dell'esplosione della crisi finanziaria del 2008 in Usa, per l'esplosione dei subprime. Ma perché l'Italia non cresce ormai da un decennio? Per tre motivi: per la drammatica inefficienza e l'altissimo costo della burocrazia, che frena qualsiasi volontà di intraprendere; l'inefficienza di una democrazia definita perfetta per l'esistenza di due rami identici del parlamento; terza ragione, ma la principale, un debito pubblico superiore a quello di qualsiasi altro membro della Ue rispetto al prodotto interno lordo (pil) e in crescita inarrestabile.

Se non fosse uno Stato fondatore dell'Unione europea e se a livello privato la ricchezza degli italiani non fosse superiore a quella degli altri Paesi europei, l'Italia sarebbe già fallita, come succede a tutte le aziende che hanno debiti ampiamente superiori al fatturato.

Il colpo di grazia è sicuramente avvenuto con la sciagurata devoluzione dei beni immobili (e non solo) dello Stato alle Regioni e agli altri enti locali. La devoluzione è stata imposta al governo presieduto dal neoassolto Silvio Berlusconi dalla Lega per il federalismo e attuata senza esitazioni dal mezzo leghista ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Un travaso di patrimonio immobiliare di oltre 400 miliardi di euro. Un travaso che ha di fatto consentito di dire, prima a Tremonti e poi al suo successore Vittorio Grilli e quindi al bravo ma troppo pacato Fabrizio Saccomanni, che non era possibile risolvere il problema del debito pubblico con la vendita di larga parte del patrimonio immobiliare. Tremonti si schermava dietro il fatto che la devoluzione era una legge costituzionale e che quindi per tornare indietro occorreva una nuova legge costituzionale molto lunga da approvare; Mario Monti, che andai a trovare a Palazzo Chigi dopo che aveva dichiarato, correttamente, che l'Italia era in un percorso di guerra, non si scaldò più di tanto alla proposta de L'Italia c'è di costituire il Fondo degli italiani nel quale per legge stabilire che gli enti locali dovevano conferire tutti gli immobili ricevuti dallo Stato, saldando così il debito di 400 miliardi che hanno e che viene contabilizzato da Eurostat nel debito dello Stato Italiano: «Sì, so che al Tesoro stanno studiando il tema», mi disse ormai sconsolato della piega che la politica stava prendendo nel Paese, ben lontano dalle sue ambizioni; Saccomanni non è avanzato che di pochi metri su questo percorso, pensando essenzialmente alle privatizzazioni, che sono il grande bluff per il taglio del debito, soprattutto se si escludesse, come si deve escludere, di vendere quote consistenti dei campioni nazionali Eni, Enel, Terna, Finmeccanica, o con la quotazione in borsa, più che opportuna, di Poste come è già avvenuto per Fincantieri. Al massimo, sul piano dei flussi, queste operazioni possono servire, come in effetti servono, a mosse tattiche per poter cominciare a diminuire le imposte o a sviluppare investimenti in infrastrutture. Servono anche a un altro obiettivo importante: cioè a migliorare la concorrenza e quindi l'efficienza nei settori di attività. Basterebbe guardare alla precedente, massiccia azione di privatizzazioni per entrare nell'euro, all'epoca del governo guidato da Romano Prodi con ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi e direttore generale del Tesoro Mario Draghi. La stagione delle privatizzazioni fu intensa e anche un po' sciagurata, perché sotto l'urgenza di vendere molto fu svenduto. Il debito pubblico ebbe un leggero ripiegamento rispetto al pil ma poi, come dimostra l'attuale livello vicino al 130%, l'ascesa è stata inarrestabile. Perché quelle azioni sul piano del debito furono come fare il solletico agli elefanti. Ciò che ci vuole (e ora è imprescindibile) è un colpo secco, un'azione che da sola tagli di 200/300/400 miliardi di euro la montagna del debito pubblico.

Solo così si creeranno condizioni strutturali positive per il Paese. In primo luogo l'Italia non potrà più essere additata come l'elemento di instabilità dell'Europa in quanto in momenti di crisi dei flussi di denaro verso il debito pubblico europeo, come è avvenuto dopo l'esplosione della crisi nel mondo occidentale e la massiccia migrazione dei grandi capitali verso l'Asia, la copertura del fabbisogno italiano diventa problematica. All'apice della crisi dei titoli di Stato italiani, tre anni e mezzo fa, se non ci fossero stati gli acquisti da Francoforte della Bce guidata da Draghi sarebbe avvenuto, se non il rischio vero di default, di sicuro un innalzamento dei tassi fino al 10% e più, come una repubblica sudamericana. In ogni caso, l'innalzamento dei tassi da pagare da parte dello Stato c'è stato e con esso, per gli equilibri di bilancio, è stato necessario inasprire le tasse, con la conseguente scomparsa di risorse per gli investimenti, e quindi con il pil in caduta come mai era successo dai tempi della Seconda guerra mondiale.

Ma c'è un'altra, fondamentale, ragione perché il presidente Renzi debba prendere il toro per le corna: i precedenti governi hanno firmato il cosiddetto Fiscal compact e nonostante i possibili rinvii della sua applicazione, al massimo nel 2016 sarà operativo: in base ad esso, il debito pubblico va tagliato ogni anno di 60 miliardi per arrivare, in vari lustri, a un rapporto debito/pil del 60%. Si può ritenere che questi obiettivi siano senza senso, e da molti punti di vista lo sono, specialmente dopo un periodo di recessione o stagnazione come quasi tutta l'Europa ha subito. Se Renzi non anticipa i tempi, si troverà preda di questo meccanismo perverso previsto dal Fiscal compact; creare posti di lavoro diventerà una pia illusione; i giovani disoccupati saliranno oltre le astronomiche percentuali di oggi; per il Paese sarà la rovina.

Se anticiperà i tempi con la costituzione del Fondo degli italiani, come proposto da questo giornale e dagli economisti riuniti sotto la sigla L'Italia c'è, non solo il Paese riprenderà a marciare ma egli non dovrà più subire il gioco dei due forni della Merkel.

Questo giornale ha buoni motivi per ritenere che Renzi e il ministro Pier Carlo Padoan si stiano orientando verso una tale scelta. Gli elementi che depongono in tale direzione sono più di uno, con la seguente cadenza:

1) l'intervista di giorni fa al Corriere della Sera del sottosegretario Graziano Delrio, che ha stabilito il record di essere il primo esponente degli ultimi quattro governi a parlare esplicitamente degli immobili e le società municipalizzate possedute dagli enti locali come garanzia per l'emissione di eurobond; l'idea degli eurobond, cioè della mutualizzazione del debito complessivo europeo, è una buona idea sostenuta da Prodi e dal professor Alberto Quadro Curzio; buona idea ma quasi sicuramente irrealizzabile per la sicura opposizione della Germania; resta il fatto che per la prima volta si è riparlato da Palazzo Chigi degli immobili ceduti dallo Stato agli enti locali;

2) risulta a questo giornale che il governo abbia ricevuto uno studio approfondito della Banca Rothschild, guidata da David ed Eric, da sempre (fin dalla fine del '700) specializzata nel dare consulenza agli Stati e ai regni: bene, questo studio coincide in larga parte con il progetto de L'Italia c'è e anche con quanto, sei mesi fa, Renzi aveva ricevuto da uno dei suoi più fidati consiglieri personali;

3) martedì 15, ed è questo il segno più importante, MF-Milano Finanza e ItaliaOggi hanno pubblicato in esclusiva un'analisi con proposta di Marco Carrai, imprenditore brillantissimo, con relazioni da Israele agli Stati Uniti, amico personale da sempre di Renzi, anche se non ha accettato di entrare nel governo per continuare a svolgere l'attività di imprenditore. Bene: Carrai, con grande sintesi e lucidità, coniando il concetto di «patrimonio morto» conclude che gli immobili che lo Stato ha passato agli enti locali e che sono patrimonio morto, cioè non attivo, vadano destinati a un fondo da 200/300 miliardi da far sottoscrivere agli italiani in cambio di titoli di Stato non più redditizi: il progetto ricevuto da Renzi sei mesi fa prevedeva una dose di sottoscrizione forzosa, il progetto attuale di Carrai suppone incentivazioni fiscali. Far rivivere il patrimonio immobiliare immettendolo in un fondo da far gestire a professionisti internazionali, vendendo le quote da pagare con titoli di Stato, è la svolta che il governo Renzi deve prendere, cogliendo in contropiede chi gioca sui due forni ma soprattutto eliminando la più grande debolezza dell'Italia, che a quel punto, grazie anche alla ricchezza degli italiani, sarà il Paese patrimonialmente più forte in Europa, capace di riprendere la via dello sviluppo.

 

P.S. L'idea del taglio secco del debito attraverso la vendita di immobili o più in generale, per dirla con Carrai, il «patrimonio morto» è stata condivisa mercoledì 16, nella cena per celebrare i 25 anni di MF, dal numero due della Bce, Peter Praet, in collegamento da Francoforte e intervistato da Andrea Cabrini. E non avrebbe potuto essere diversamente, anche se il colpo secco non esclude, anzi deve comprendere, il taglio della spesa e tutte le riforme strutturali annunciate. Alla cena, charity per Dynamo camp, hanno partecipato 300 esponenti della migliore imprenditoria finanziaria e industriale italiana. Molti si sono rammaricati di non essere stati invitati tempestivamente. Con loro tutti ci scusiamo, ma gli ultimi due mesi per Class Editori sono state giornate intense come mai, cadenzate dall'aumento di capitale in corso e il cui esito si presenta di successo essendo stato raggiunto, prima dell'asta dei diritti inoptati, il target di 40 milioni raccolti fra quote garantite dagli azionisti storici e azionisti di minoranza. I diritti che andranno all'asta da martedì 22 luglio faranno salire sicuramente la quota del mercato. Insieme all'aumento di capitale, si lavora per il lancio in Italia della grande piattaforma B2B da 3 milioni di retailer in Cina, promossa da Bank of China, China Telecom, China Union Pay e China Council for promotion of international trade e realizzata da Century International Group, una società con 50 miliardi di asset. Della piattaforma, che mira a 150 miliardi di dollari di transazioni a regime, Class Editori è fornitore generale per il settore food & beverage (contando sulla collaborazione di primari gruppi), main agent per fashion, luxury goods accessori e design, e agente esclusivo per i contenuti e la pubblicità sulla piattaforma. Non a caso è stato uno dei dieci contratti più importanti firmati alla presenza di Renzi e del primo ministro cinese, l'11 giugno a Pechino. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai


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